From this day forward

Matrimonio maggiorenne. Sarebbe stato un matrimonio maggiorenne, il nostro, quest’anno. 18 anni. Avrebbe compiuto ben 18 anni. Io festeggio. Lo festeggio sempre. Lo festeggio, nonostante tutto. Lo festeggio ripassando, attimo per attimo, quella giornata. Tranquillamente, senza problemi, rimpianti o altre cazzate varie. Solo un semplice, ricordevole ricordo. Lo festeggio per non dimenticare. Per ricordarmi che, comunque, è successo. Quest’anno ero a Napoli e l’ho festeggiato mentre camminavo tra i giardini del chiostro della Certosa di San Martino. L’ho festeggiato mentre guardavo le statue e i dipinti della Madonna col bambino. Ci hai mai pensato che la Madonna è sempre e solo col bambino e senza il marito, pure lei, a parte quando partorisce? Nessuno lo dice che, comunque, Maria era separata. Ne sono convinta. Molte cose, ad ogni modo, la Chiesa non dice. Macchemmenefotteammè. Continuo a festeggiare il mio di matrimonio. Che Maria si occupi del suo. Che ognuno si occupi del suo. Camminavo tra i corridoi silenziosi e ho rivissuto tutto. Tutto tutto. Ogni momento di quel giorno l’ho rivisto, vissuto, pianto e goduto. Proprio come allora. Nessuno se ne è accorto. Già… Sono brava a festeggiare in silenzio, io… 😦 Sono proprio brava.

L’11 ottobre 1997 Rosa e Marco si sposarono al Cottolengo di Don Orione di Viale Caterina da Forlì, Milano. Qualcuno mi prese per il culo per l’infausta scelta. La chiesa dei pazzi mongoloidi, disse mia sorella. Anni dopo disse che già da là avremmo dovuto capire che non sarebbe andata bene. Bah.. 😦 Io, invece, lo feci solo perché era la chiesa davanti casa ed era già tanto che, avendo barattato il matrimonio in chiesa per una vacanza in un villaggio nudista, lui accettasse la sconfitta e venisse con me a fare il corso prematrimoniale nella chiesa davanti casa. Ero una cretina, che ci vuoi fare. Non mi importava il posto. Mi importava la persona e il sentimento. La cosa che ricordo di più di quel giorno fu che tornai a casa, la sera, e dovetti cucinare, vestita ancora da sposa, per 10 persone (tutti amici di Marco) perché si volevano vedere la partita del Milan. Ricordo che dei chicchi di riso volati nella mia acconciature caddero nella pasta, mentre cucinavo… o forse erano lacrime? E ricordo l’odore di spinello che circolava per casa quella sera. E ricordo che, al momento di andare a letto, ci accorgemmo che i miei amici ci avevano pinzato ogni singolo centimetro del letto alle lenzuola con centinaia di spilli e avevano imbottito tutte le intercapedini del letto con chili e chili di riso e coriandoli. 🙂 Io ridevo come una pazza… lui si incazzò come una iena e maledì tutti i miei amici. Non credo che avrei dovuto già capire dalla chiesa. Credo che avrei già dovuto capire da questo fatto. Ricordo che il vestito me lo misi da sola. Ricordo che la sera prima andai a mangiare la pizza con mamma e Mar, la mia amica spagnola che ideò la storia degli spilli e che ebbe un figlio lo stesso giorno che è nata Laura e che è rimasta una grandissima amica del mio cuore e della mia anima. Ricordo che il giorno del matrimonio papà mi portò all’altare ed eravamo tutti e due imbarazzatissimi. Ricordo che, nel bel mezzo del pranzo, papà disse a tutti di stare zitti e chiese a Marco se si era reso conto di aver fatto un grave sbaglio, per il suo matrimonio. Nessuno trovò il grave errore e papà, serafico, disse: “Marco, almen ‘à barba ‘o juorno d’ò matrimonio tuoje t’à putive fà! Anche solo per rispetto a tua moglie!” 😦 E io che speravo mai se ne accorgesse. Ma papà è un gagà, come si dice a Napoli. Lui si mette la cravatta pure per andare a fare la cacca… 🙂 Ricordo che eravamo nella Mercedes che doveva guidare le decine di auto degli invitati verso il ristorante e che Marco diede le istruzioni sbagliate all’autista (amico di papà) e tutti ci perdemmo nelle nebbie mattutine della periferia di Milano ovest. Pure là… vabbè… 😦 Ricordo che ero innamorata. Ricordo che ci credevo. Ricordo che pensavo che mai sarebbe successo nulla a noi due, forti del nostro amore e dei nostri sogni. Amore diverso e sogni spaiati. Così, alla fine, si sono rivelati. 😦 Ricordo che non mangiai un cazzo, nemmeno la sera. Ricordo che ballai un casino, perfino con papà e fu una cosa bellissima. Ricordo che Marco non aveva parenti (solo la mamma e il fratello), a differenza di me, e aveva invitato una marea di amici che poi non vedemmo più. Ricordo che pesavo 20 chili fa e che ora ne peso 20 di più che però non sento come peso di grasso e ciccia, ma come peso del cuore, dell’anima, della vita che mi ha avvolto nelle sue velenose spire con tutte le cose brutte che, ricordo, mi illudevo mai sarebbero successe a noi. Ricordo che non riusciva a mettermi la fede. Ricordo che avevo un vestito che non mi piaceva, ma che avevo dovuto comprare perché quello che volevo costava troppo. Volevo un vestito bordeaux perché il bianco virginale non faceva per me. Volevo essere coerente con la mia anima. Io sono sanguigna e calda. Il bianco da efebe e innocenti non è roba da me. Prima di sposarmi ne ho fatte di cotte e di crude, perché fare finta di niente? Dio lo sapeva, io lo sapevo. Ma il vestito che volevo io costava 5 milioni. Quello che comprai mi costò la metà ed era una bomboniera assurda… poi ti metto la foto e riderai, sognerai e piangerai con me perché, comunque, anche lui, quel vestito che ora sta nelle carte veline in soffitta, ci ha creduto, come me al mio matrimonio. Ricordo che l’amica che mi truccò lo fece in maniera pesante… ma così pesante che mi sembrava di essere Giuseppina Bonaparte versione prostituta anni ’70. Ricordo che avevo un filo di perle tra i capelli. Ma le perle non si dovrebbero mettere al matrimonio, giusto? Portano sfiga, giusto? Mò che ci penso, tutto il vestito era coperto di perline. Cazzo… ma allora non è stata colpa nostra! E’ stata colpa delle perline!!! Mi sono sposata l’11 ottobre 1997.

Il 12 novembre 1997, sì, 1997, Rosa e Marco si separarono nel cuore e nell’anima, ma rimasero sotto lo stesso tetto per ‘naltra decina d’anni sperando che Dio e il pubblico votante non si accorgessero che non avevano studiato la parte. Intorno all’11 ottobre del 2012 Rosa e Marco si separarono al Tribunale di Milano. Le carte della separazione sono rimaste in un raccoglitore separato per un anno. Dovevano essere importanti, per stare da sole in un raccoglitore separato. Poi, proprio perché, alla fine, tanto importanti non sono, le ho messe nel raccoglitore delle bollette del canone TV, dei pagamenti dell’AMSA e dell’affitto. Senza nemmeno un vero separatore d’archivio. Io che sono così metodica e rompicoglioni nell’archivio di fatture, bollette, multe e tutto il resto, ho messo questo piccolo fascio di documenti all’inizio del raccoglitore. Importante, sì, ma fino a un certo punto. E poi… E poi ci ripenso. E’ stato intorno a questo periodo che il giudice ha sancito la separazione. Ah, la maledetta periodicità delle cose della vita, quelle joie… 😦 E così ricordo pure quella. Che ho già eviscerato in altri articoli su questo blog. La cosa più bizzarra? Nell’articolo della separazione, dove ne davamo notizia a Laura, misi un video con una musica di Kevin Kern che si intitola: “From this day forward”. Non credo di averlo fatto apposta, ma ha senso, sai? Vuol dire: “Da oggi in poi”. Come se fosse un nuovo inizio. Una nuova vita. E alla fine sai che penso?

Penso che ho un culo pazzesco. Un ex marito che è più amico di prima. Un ex marito che mi ha fatto cagare sangue da sposata e che ora, grazie a Dio, non mi rompe più i coglioni per niente, niente, niente al mondo perché lo posso buttare fuori di casa quando inizia a fare il cagacazzo con le sue lamentele e rotture di palle che nemmeno più lui si sopporta a sentirsi. Un ex marito che c’è (fino a un certo punto, ovviamente) quando ho bisogno. Un ex marito che non mi dà fastidio e che se la vive bene, grazie alle palle che ho avuto scegliendo io, di separarci. E’ stata dura, certo, ma ne è valsa la pena. Mamma diceva: “eh… voi giovani non siete più capaci di fare le persone serie e responsabili! un matrimonio è una cosa da responsabili! ci vuole pazienza, sopportazione, nel matrimonio! E voi mica ne avete! voi fate una separazione e via, eh?” Avrei voluto rispondere male a mamma. Le avrei voluto dire che è facile dire agli altri di essere responsabili quando, invece, secondo me, si è irresponsabili all’ennesima potenza a far vivere ai tuoi figli (e vivere tu, di conseguenza) delle emerite situazioni di merda che la merda vera, al confronto, profuma di rose e gelsomino, se proprio la vogliamo dire tutta. Avrei voluto dirle che per me è da irresponsabili nascondersi dietro i silenzi di coppia, i rancori non esternati, le rabbie non condivise, per paura di perdere una situazione “socialmente comoda” temendo di essere stigmatizzati come “separati”. Le avrei voluto dire che è da emeriti irresponsabili dare il cattivo esempio ai propri figli pensando che “essere responsabili” vuol dire subire ogni tipo di vessazione in nome della parola “matrimonio”. Le avrei voluto dire che per me è da irresponsabili pensare che per i soldi bisogna sopportare situazioni di merda, umilianti, devastanti che ti portano ad avere la psoriasi che ti fa sanguinare la testa, ingrassare come un maiale per bulimia nervosa, non dormire la notte per il dolore al cuore, soffrire di bruxismo perché non riesci a mandare a fare in culo nessuno, nemmeno te stessa. No… non riscivo a mandare a fare in culo nemmeno me stessa, tanto ero caduta in basso e nessuno se n’era accorto. Le avrei voluto dire che c’è una cosa che si chiama dignità personale e che si evinceva, palesemente, che lei non mi aveva insegnato a tenerne conto, se mi chiedeva di fare una cosa del genere. Le avrei voluto dire tante cose. Che capivo il suo dolore. Che sapevo che pensava di aver fallito, ma non era così. Che mi spiaceva di darle un grattacapo, ma che succedeva certe volte. Che mi sarebbe piaciuto non fosse mai successo, ma stava succedendo. Avrei voluto tanto consolarla per non renderla più insicura di quanto già non lo sia. Insomma, le cose da dire, erano davvero tante, e pure buone e sensibili e intelligenti. Invece sai che le dissi? Le dissi: “Senti mà… ma vai affareinculo, và!”

A volte, è sicuro, non abbiamo bisogno di parole. 🙂

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