Io voglio, io voglio, io voglio…

Ho messo i mirtilli, i lamponi e la mela nel frullatore. Ci aggiungo lo yoghurt e qualche cucchiaio di acqua. Ho deciso che mi faccio un frullato della madonna, stamattina. Vai col salutare. In questa casa che non si avvicina più un pezzo di carne morta da mesi, ormai, nemmeno con il bastone da appestato, così va. E vabbè, chettelodicoaffare, madre disperata di vegetariana convinta, sono… ma proprio disperata… neh? 😦 Ieri, per caso, dopo che avevamo pagaiato per beneficenza sui navigli per circa un’ora, ci è stato offerto un buffet. Lei è andata a riempire il piattino di plastica di salatini mentre io prendevo da bere. Poi ci siamo messe a sgranocchiare come allegre cricetine, in un angolo del giardino della Canottieri San Cristoforo e, nun zìa maiddio!!!!, a un certo punto la vedo addentare un salatino e poi fare una faccia tale che mi sono spaventata pensando che stesse soffocando… già stavo per urlare “c’è un medico?!!” perché sembrava davvero che avesse mangiato merda di yak fossilizzata sulle nevi del Nepal e fritta in pastella di cicuta e veleno di cobra infoiato. E’ in questi momenti che ti rendi conto di non essere pronta per nessuna di queste merdosissime occasioni. E’ stato un momento… Mi sono detta: “cazzo, mò muore e io penso alla merda di yak…” e invece? Invece si gira a 360 gradi verso di me mettendomi il salatino in mano e, quasi piangendo mi dice: “é tonno”. MAVAFFANCULOVA’. Mi sono schiaffata il salatino in bocca e, mangiando a piene fauci, le ho risposto: “vabbè, stasera, prima di addormentarti, farai una preghiera al dio dei vegetariani chiedendogli quanti Padre Nostro bisogna dire per una slappata di salatino al tonno…”

Massì, và, metto il tappo al frullatore e giro la manopola per avviarlo. Sento, per un secondo, il leggero avvio di lame del frullatore e già le mie papille stanno per fare l’aola al pensiero di quello che pregusteranno quando… ESATTAMENTE (leggi bene…) ESATTAMENTE nel momento in cui giro appieno la manopola, in tutto il quartiere partono gli allarmi delle case e sento uno che smadonna dicendo: “Cazzo!!! E’ andata via la luce in tutto il quartiere!!!” 😦 Sono sbiancata… La pressione mi è scesa sotto il marciapiede… Gli allarmi continuavano ad andare e una signora anziana è uscita sul balcone dicendo che ora non poteva più andare a messa perché l’ascensore non funzionava, ovviamente… 😦 Scappo da Laura… Sono davvero scappata da lei. Mi sono accovacciata e le ho detto: “Lala, ho fatto scattare la luce in tutto il quartiere… cazzo… c’è la tizia del terzo che è arrabbiatissima… li senti gli allarmi delle case che vanno come pazzi? Possibile mai? E’ successo esattamente mentre avviavo il frullatore, porcaputtana… e ora?! Io volevo solo il frullato, mica scongelare tutti i frighi di San Siro!” 😦 La cosa più brutta? Lei mi ha guardato come se sapesse davvero che era colpa mia, che era vero. Ha sorriso, certo… Ma non ha detto: figurati. Ha solo sorriso in maniera “sapiente”… Capisci? Voglio dire: è proprio successo, capisci? 😦 disperazione… e niente colazione. 😦 così, me ne sono tornata in camera e ho deciso di finire la lista dei 101. E là mi sono resa conto di essere volgarmente noiosa.

Sto rifacendo la lista dei 101 desideri di Igor Sibaldi perché mi sono accorta che pure un aggettivo, messo nel posto sbagliato, fa sì che quella cosa o quell’occasione possano non arrivare a me; ovviamente, ciò non deve succedere e, perciò, rifo… La sto facendo lentamente (più o meno…) e sto guardando, giorno dopo giorno, questa lista che cresce e mi rendo conto di due cose. La prima: sono di un porcomondo noiosa. Perché, rileggendomi, ogni cosa, alla fine della fiera anela ad una mia specifica posizione su questo pianeta: LA POSIZIONE DELLA CASALINGA FELICEMENTE INDIPENDENTE. Sì, e basta. Io voglio fare la casalinga felicemente indipendente. Ora che ho visto cosa c’è fuori, voglio tornare dentro. Qualche mese fa ho incontrato una della mia età che è già in pensione (non ho ancora capito come…) perché l’azienda le ha dato lo scivolo di non so cosa e, alla fine della fiera, mò sta a casa con la figlia (non è sposata) dell’età di Laura. E mi diceva: “guarda, ho più da fare di quando lavoravo… blah, blah, blah…”. Le avrei voluto sfondare il cranio con una statua di giada… 😦 Nessuno, e ripeto, nessuno dice che tu non abbia più da fare. La differenza sai dove sta? Che fai tutto quando, come, dove cacchio pare a te, per la maggior parte delle volte. Questa è la differenza. E io questo voglio fare. Voglio svegliarmi quando voglio io, voglio curarmi di casa mia, voglio curarmi di chi ci abita con me, voglio cucinare cose buonissime, voglio arredare meglio le camere, voglio curarmi delle piante, voglio lavare, stirare, piegare, spolverare, leggere libri sul balcone, voglio fare quella cosa speciale per Laura, voglio scrivere sul mio blog quando mi viene l’ispirazione e non dover aspettare perché sono in riunione e non posso nemmeno prendere appunti e così dimentico le fighissime idee che mi vengono per scrivere, voglio pagare le bollette, buttare la pattumiera, togliere la muffa (finalmente) a quei 10 centimetri di silicone del bagno, voglio farmi figa per il mio uomo che tornerà a casa stanco e distrutto, voglio pensare a cosa posso fare per farlo stare meglio, quando torna, voglio abbellire tutto ciò che mi circonda perchè chiunque sia con me o intorno a me ne goda, voglio fare la lasagna vegetariana per Laura, voglio mettere assieme i due tiragraffi dei gatti per farne uno solo alto e più gratificante per loro, voglio spazio per me, per chi amo e per chi mi ama, voglio amare, amare, amare decidendo io quando, come, dove, con chi e per chi. Voglio il tempo di fare le cose che amo e che fanno felici coloro che amo. Voglio la mia vita indietro. Mi domando… l’ho mai avuta? Qualcuno, da qualche parte, ha deciso che dovevo lavorare e farmi il mazzo per mandare avanti la famiglia e la casa e che questa è una cosa figa. Qualcuno ha deciso che le donne, se si fanno il mazzo fuori e dentro di casa, sono delle gran fighe. Qualcuno ha deciso che io dovevo fare sia il lavoro fuori che in casa e che ciò è una conquista. Qualcuno, forse, si è perso un pezzo per strada e si è dimenticato di non farci fare il doppio mazzo. E sai perché? Perchè io sarò pure emancipata, ma da che? Un solo conto, ci sarebbe da fare: io partorisco ancora, l’uomo no. Questa non è emancipazione. Questa non è parità. Parità… Vatti a leggere il significato. Questa non è parità. Questa è una grande presa per il culo. E non sarà mai diverso. Almeno, io ho la netta sensazione che non si arriverà a quello che si era pensato all’inizio facendoci lavorare come gli uomini. Ci si deve arrivare in altra maniera. Non so quale sia, ma non è questa. Io l’ho fatto quello che quel qualcuno ha deciso e vorrei dirgli che è stata una decisione del cazzo. Io l’ho fatto, quello che vorrei fare, e non stavo per niente male. Sai quante donne la pensano come me ma non lo dicono? Milioni. Milioni di donne che non osano dire a chi si è fatta venire ‘sta fighissima idea, che è una emerita idea del cazzo. E non è che non vogliano lavorare. Non è che sputano in faccia alle suffragette o a Rosa Parks. NO. Non è che io non voglia lavorare. E’ che volevo, non dico la parità perché l’uomo non partorisce – l’ho detto, ma almeno la possibilità di poter scegliere. E quella non ce l’ho. Non è che non voglia lavorare. E’ che non voglio lavorare per aspettare con ansia e dolore il fine settimana rammaricandomi che tra due giorni finirà. Io voglio tutte le altre cose che ho già detto… Ecco, questo io voglio. Fatemi provare pure quelle cose là e poi vi dirò se stavo meglio prima. Che ora, io bene qua non ci sto. Che io sento che non è questo quello che voglio, ora. Ecco, questo io voglio… Si può?

La seconda cosa della quale mi sono resa conto? Che sono doppiamente noiosa… perché tutto quello che voglio, purtroppo…, è sempre roba che ha a che fare con l’amore… per amore, sempre e solo per amore. E di desideri, sull’amore, non ce ne sono poi così tanti, no?

In ultimo… forse, parità non doveva essere “noi come loro” ma “loro come noi” e allora, sì, che sarebbe stata parità.

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