Percezioni

Sono, fondamentalmente, una persona molto triste io. Metto l’io alla fine della frase e senza virgola per non distinguerlo troppo dal resto della frase altrimenti sembra troppo autoreferenziale e perché, spesso e volentieri, mi è stato pure detto che la percezione che gli altri hanno di me è che “io” mi metto sempre per prima, a scapito degli altri. Io, io, io… Sempre io. Così mi è stato detto più volte. Da gente che amavo e stimavo. Verbi al passato, sì perché, puta caso, molta di questa gente non fa più parte della mia vita. Mia, mia, mia.. sì, ‘fanculo: mia vita. E chi è ritornato a farne parte, ha ammesso di aver detto una stronzata. Ci sto pensando mentre torno a casa dall’Idroscalo. Bellissimo pomeriggio trascorso con due amiche che non vedo spesso, ma che sento molto, molto vicine, da anni oramai. Sabato d’agosto a Milano. Sera. Tramonto sulla circonvallazione e la strada praticamente tutta per me, da Peschiera Borromeo a San Siro. Ha ragione Margherita. Milano è stupenda. E ha pure ragione in un altro caso: tra una mossa di Scrabble e l’altra, tra un discorso serio e allegro, mentre Marina continuava a rompere le palle (facendoci ridere a crepapelle) che voleva il gelato al cioccolato, come i bambini di 6 anni delle classi di Marghe, ha detto qualcosa come: “E, tra qualche giorno, te ne verrai sul tuo blog con una delle tue considerazioni filosofiche a seguito di quello che abbiamo detto oggi, vero?.” 😦 E vabbè… che ci posso fare? Il mio cervello triste ha questa peculiarità… 🙂 ascoltare, anche quando non sembra. E penso a una cosa che lei, sicuramente, non avrebbe preso come spunto, ne sono arcisicura, di argomento di post. Parlavamo di acqua e piscine etc… e le ho chiesto perché non si faceva la piscina nella sua cascina. Lei, scherzosamente, ha detto che mi reputava più intelligente e che, ovviamente, la piscina non se la faceva perché nun ten ‘e sord manc pe murì. 🙂 Mi ha fatto ridere un casino questa cosa. E, a pensarci, rido ancora. Perché l’ha detto dal cuore; una bellissima battuta. Forse, per me, il momento più bello della giornata. Già, perché, in quel momento ho “risentito” lei e Marina che, a sprazzi, per una ragione o l’altra, mentre raccontavamo un po’ di noi tre, dicevano che io ero qua, che io ero là, che io sembravo così, che io apparivo colà… E mi è piaciuto molto. Mi è piaciuto perché la percezione che loro hanno di me è realistica e basata su fatti. Fatti che io faccio. Fatti che possono parlare di me. Non mi vedono come mi vorrei io o come mi vedo io. Mi vedono come i miei fatti mi fanno venire fuori. Non sono una strafiga. Sono come loro mi vedono da quello che faccio ed è, secondo me, una conquista, questa. La gente che ti ama, ti deve amare per quello che fai con loro, per loro, lontano da loro, accanto a loro, per altri, con altri e pure senza gli altri. Ricordatelo, Lalina. Sono i fatti che parlano. Lo dice pure Djamel: “I am a man of action. Words don’t come easy to me. I act. I can act from anywhere, for anyone. I just need to act. It’s a question of will.”  Agire, dunque, è la parola chiave. Chi guarda, insomma, deve aprire gli occhi del cuore, senza influenze alcune, e guardare veramente. Guardare i fatti. Entro in via Capecelatro e, guardando senza usare il cuore, mi sembra che qua tanto vuoto non ce ne sia. Fatico a trovare parcheggio. A San Siro la gente non va in ferie, a quanto sembra. Parcheggio in retromarcia senza guardarmi indietro, ma solo attraverso lo specchietto retrovisore. Per me, un guidatore strafigo è tale solo se riesce a parcheggiare in retromarcia senza guardarsi indietro, senza girare la testa e senza distruggere l’auto. E io, secondo me, sono una guidatrice strafiga. Notare l’io all’inizio e il fantastico complimento che mi sono fatta, và… 🙂 Passo davanti al bar dei cinesi per arrivare sotto casa e uno della solita cricca dei 5 o 6 vecchietti che mi vedono sempre passare quando torno a casa, si alza, mi si para davanti e mi dice: “Vuole una mano, signorina, per portare quella borsa?” Son rimasta un pochino là, a dire il vero, perché la borsa dell’Esselunga non era davvero così pesante. Possibile che avessi l’espressione davvero così affaticata? La borsa conteneva solo due plance, un orologio da torneo e qualche altra porcheria che avevo portato all’Idroscalo per stare con le mie amiche. Mi sono resa conto, allora, che io ho l’espressione triste. Mi viene da dentro, quando nessuno mi guarda. A quel vecchietto, magari, poteva sembrare stanchezza. E poi lui che si alza, mi si ferma davanti e mi fa ‘sta domanda. Volevo abbracciarlo, ma non l’ho fatto. Ci sono rimasta così… Voglio dire, i miei pensieri erano ancora sul fatto che sono fondamentalmente una persona triste e introversa per varie ragioni che pochi conoscono e lui ne ha approfittato per prendere la borsa e dire: “Su, su, che l’accompagno al portone”. Gli altri vecchietti lo hanno preso in giro dicendo: “Te lo chi, il cavalier perduto. Signorina, non si preoccupi che non è pericoloso, ha solo preso un Pastis stasera!” Sono arrossita. Volevo abbracciarlo, ma non l’ho fatto. Sono sicura che sono arrossita. Io che arrossisco è un avvenimento epocale, lasciatelo dire. E diciamo che ci sono pure rimasta di merda, và, che così completiamo il quadro. E ho solo balbettato più volte: “Ma grazie, grazie davvero, che gentile che è!” Lui, per tutta risposta, continuava a dire: “Signorina, i cavalieri di una volta non esistono più, dobbiamo tenere noi alta la bandiera, no?” Volevo abbracciarlo, ma non l’ho fatto. Non so… Penso che Dio (qualunque cosa Dio sia), davvero, mi ami. Penso che va bene così. Penso che sono davvero una persona, sicuramente triste sì, ma fortunata. Ha perfino aspettato che aprissi il portone (a cinque metri dal bar dove stava lui) e che entrassi nell’atrio per poi salutarmi con aria molto felice. Volevo abbracciarlo, ma non l’ho fatto. Volevo abbracciarlo, ma non l’ho fatto per una semplice ragione. 🙂 Perché mi ha chiamato più volte “signorina”. 🙂 🙂 Come ti dicevo, è tutta una questione di percezioni… 🙂

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