Glutammato monosodico e il prete traditore

E’ stupendo essere in ferie e non andare da nessuna parte. E’ semplicemente fantastico non avere nulla da fare o, almeno, potersi prendere tutto il tempo del mondo per fare tutto e niente. Tutto il tempo del mondo. Mi rigiro nel letto mentre sento il portinaio che, due piani più sotto, nel giardino, sta rimettendo a posto i bidoni della pattumiera. Stendo le gambe e faccio due pensieri osceni. Il primo. Negli ultimi tre anni ho peccato, padre, ho molto peccato. Ho pensato peccando, padre, per dirla più accuratamente. Ho peccato pensando che è una figata rimanere a casa a Milano per parte delle ferie d’agosto soprattutto quando non c’è mia figlia che invece è dalla nonna e poco gliene può fregare di me che mi fiondo l’ultimo giorno di lavoro direttamente ad Arma senza nemmeno passare dal VIA pensando di essere il suo salvavita e invece vengo accolta con un “ah sei qua”. Ecco, l’ho detto e l’ho detto pure tutto in un fiato solo e senza punteggiatura, tiè. E poi arriva il secondo pensiero osceno. Se le evoluzioni sfrenate e imprevedibili di questa mia curiosissima e stupendissima vita mi danno tanto quanto mi devono, mi sa che questa sarà l’ultima estate che potrò svaccarmi totalmente, tutti i giorni e tutte le notti delle mie ferie, nel mio stupendo lettone dell’Ikea, da sola, allargando le gambe da lato a lato, senza trovare “ostacoli algerini” nel percorso dell’allargamento a compasso di cui sopra. E perciò? Perciò me la godo, pure questa, tutta. Ma non troppo, almeno oggi. Non troppo perché devo alzarmi per andare in tribunale. Ieri, nel cercare i documenti della separazione da portare all’avvocato a settembre, per il divorzio, mi sono resa conto che Marco non mi ha mai portato l’omologa. E poi qualcuno ha pure il coraggio di chiedermi se me ne pento. Solo quello doveva fare. Avevo preso appuntamento in tribunale, avevo detto a lui cosa portare, avevo preparato tutti i documenti per la separazione, avevo scritto, parola per parola, quel papele di ammissione di fallimento matrimoniale, gli avevo detto dove firmare e lui doveva solo tornare là, tre mesi dopo, a farsi dare l’omologa. Invece, niente. Così, non gliel’ho nemmeno chiesto. Lo sapevo che non l’aveva fatto. Non gliel’ho chiesto, nei 4 anni che sono seguiti e lui non si è mai fatto venire l’idea. Colpa mia. Chevvuoi… Così, mi vesto. Tutta di nero. Leggings, tshirt, scarpe da trekking della Decathlon. E vado in tribunale. Mi sono fermata un po’ prima, in viale Regina Margherita, per farmela a piedi. Là per là mi è sembrata una buona idea perché ‘sto fatto che non ho figlia in casa da praticamente due mesi, mi fa mangiare decisamente alla selvaggia e un po’ di sport mi fa bene. Salgo le scale e penso che se ci fosse un cecchino, dall’altra parte di Corso Vittoria, magari proprio in cima al campanile della chiesa che sta davanti al tribunale, mi potrebbe ammazzare senza problemi perché sono l’unica a salirle, in questa fresca mattina d’agosto. Mi viene in mente uno di quel film russi, non ricordo il titolo. Lo so, lo so, è un pensiero del cazzo… E non hai ancora letto il resto. Mi fiondo dentro, sul lato destro del tribunale, dicendo allegramente buongiorno alla guardia che sta all’entrata e quella mi stoppa chiedendomi: “Scusi, lei lavora qua?” Ok, io lo so le facce che faccio quando mi fanno certe domande. E quella che ho fatto in quel momento, sicuramente, è una di quelle. Una di quelle facce come quando, qualche giorno fa, rientravo a casa dall’ufficio e, passando sempre davanti al bar sotto casa, pensando che quel giorno mi ero proprio fatta un culo della madonna al lavoro, sento uno dei 5 o 6 vecchietti che dice, con marcato accento pugliese, a un altro : “Eh, Antò… tu dimmele a me ‘ste cos di cul. Che sò? Fistole? Ragadi? Emorroidi? Io le conosc tutte, Antò.. siènt ammè… L’àgg passàt tutte quante…” L’ho fatta la faccia, marò… l’ho sentita pure io, nei miei muscoli e nelle mie guance, che la faccia l’ho fatta. E poi mi son detta: ma Dio che fa? Mi sta mettendo alla prova? e poi mi è venuto un flash: ma le ragadi si hanno pure al culo?! Io le ho avute solo al seno quando allattavo! Mistero divino… che non esplorerò, sempre Dio volendo. Beh, tornando al tribunale, ho fatto quella faccia e il militare che mi stava davanti mi fa segno con la mano come a dire: “smamma di qua, signora… vai di là, non lo vedi che il cartello dice “impiegati del tribunale” e là dice “pubblico”? Vabbè, checcazzo… 😦 E vado. E non so dove andare quando ho oltrepassato il metal detector. E prendo un bigliettino e mi viene male al cuore guardando la vastità di questo posto. Sono sicura che l’hanno fatto così per incutere timore nella gente. Qua ci stavano come minimo 12 trilocali, e siamo solo nell’ingresso. Mi siedo perché il bigliettino ha 5 numeri prima e trovo un posto nascosto dietro le scale, dove sta una signora, sola sola. Ce l’ho dietro di me. Le squilla il telefono e la sento piangere. “Hai ragione, Antonella, guarda, io non so che dire. Ieri sera, alle 10, mi è arrivato un suo messaggio sulla posta. L’ho letto stamattina, grazie a Dio, perché altrimenti non avrei dormito tutta la notte, sai? Che ha scritto? Che è meglio che non ci vediamo più di persona e che, secondo lui, è meglio se ci scriviamo e basta perché sembra che non siamo capaci di parlare e discutere con rispetto quando siamo di fronte. Ma ti rendi conto? Eh sì, hai ragione, hai ragione… Ma che ci posso fare? E poi, ti rendi conto? Il modo in cui l’ha scritto, come se comandasse lui e l’arroganza e tutto il resto. Presa, usata e buttata via. Così.. Non lo so… Hai ragione, hai ragione… Ma ci pensi, proprio lui, poi.. un prete… se non fosse che ci sto morendo dietro e non riesco a uscirne, da questa storia di merda, mi verrebbe da ridere. Hai ragione, hai ragione…. Senti, con le ragazze come va là? Io dovrei arrivare alle 12. Comunque, il budget, secondo me lo facciamo. Ieri ho chiuso le 4 commesse per la Francia. Domani ho una riunione con il comitato etico e ho tutto a posto. Siamo sopra di circa mezzo milione di euro. No, non lo so. Ferie non credo. E dove vuoi che vada, con questa storia? Mi sta uccidendo dentro. No, te lo prometto, non gli rispondo. Hai ragione… Sì, ho dato le ferie a Marinella. Tre settimane s’è presa, ma se le merita tutte. E’ una gran lavoratrice. Quest’anno ha portato avanti circa 20 progetti. Certo, certo, hai ragione…” Mi sono alzata, ho attraversato l’atrio da parte a parte e mi sono presa un’altro biglietto dall’altra fila. Non ce la potevo fare. Non ce la potevo fare a pensare che c’è una da qualche parte del mondo che ha una marea di ragione e sa di un’altra che se la fa con un prete che è figo che è bello e che è fotomodello (per lui) e che quest’altra, tra l’altro, non è vero che non gli risponderà al prete, ma è anche vero che è proprio una gran figa di donna perché porta avanti milioni di euro, dà le ferie e sa di cosa sta parlando. Mi sarei girata a guardarla e darle un abbraccio e a dirle che andrà tutto bene e che non ha bisogno di dire alla gente che ha ragione. Tanto hanno sempre tutti ragione, meno che noi. Non l’ho fatto perché c’erano troppi carabinieri. Morire a 51 anni, mitragliata nell’atrio del tribunale di Milano perché una urla “aiuto è pazza, aiuto è pazza”, non è un mio desiderio; almeno non ora. E così arrivo, prima dei 5 numeri che mi stavano davanti, all’URP. La signora è gentile. Trova la pratica e mi scrive su un post-it dove sta. Mi dice che devo andare all’Archivio Generale. Solo che me lo dice in una maniera strana. Mi da le indicazioni per arrivare all’archivio passando da parti del tribunale dove il pubblico non dovrebbe passare, ipoteticamente. Però non me le da apertamente e mi guarda come nei film comici, quasi facendomi l’occhiolino. Resto allibita. Arrivo, a ‘sto cazzo di Archivio passando da strade nascoste e porte sulle quali c’è scritto “vietato al pubblico”. Meno male, però, che ci sono poliziotti ovunque che “sanno” che non dovrei passare di là ma che è l’unico tratto che posso fare per arrivarci, a quanto sembra. Strano, davvero strano. Ho caldo, non sto bene. Vedo Marco e me stessa 4 anni fa qua. Non sapevamo dove andare. Non mi piace. Arrivo all’Archivio dopo aver fatto un percorso assurdo nei meandri del lato sinistro del tribunale ed entro. Sono da sola. Il signore è gentile. Ci sono faldoni vecchi, serrati con fiocchi di tela marroni e rossi. Cerca la nostra pratica e, dopo 10 minuti di attesa torna indietro e dice che non la trova. Mi è venuto male. Volevo morire. Avevo letto, da qualche parte, che un comitato di non so cosa si riserva di approvare definitivamente le separazioni. Marò… fosse mai che la nostra non l’hanno approvata e quel maledetto di Marco che doveva venire a prendere l’omologa si è perso i pezzi? Il tizio si scusa… Balbetto qualcosa che non ricordo. Lui va in giro per tutto lo stramaledettissimo Archivio e io inizio a sudare freddo (si rivelerà poi, tre giorni dopo, una gastroenterite). Mi siedo. Vorrei piangere, ma sono figa e non lo faccio. Asciugo il sudore. Aspetto una fottutissima eternità e poi lo vedo arrivare, sicuramente più sollevato di me, con il maledetto foglio da compito in classe d’italiano in mano dove sopra c’è la storia del mio matrimonio fallito, delle nostre promesse non mantenute e di tutto il cazzario allegato. E ora, mi dice:

Le devo chiedere un favore, signora. La faccia, Rosa… La faccia. Lo so che la mia faccia fa le smorfie. Lo so, non rompere le palle, anima mia.

Che favore? Chepporcadiquellaputtanadifavore ti devo fare, ora, lurida di quella eva ingrata?!

Gentilmente, dovrebbe tornare da dove è venuta, nell’atrio, andare a prendere una marca da bollo di 2.88€ e riportarla qua così le faccio la copia dell’omologa.

No, scusi, ma non sapevo di dover portare una marca da bollo. Mi chiedo: ma un costo più normale? 3 euro, 2 euro no? Quanto cazzo ci godete a far pagare 2.88 euro? Che è un cambio verso la lira?

Ed è fortunata, signora, perché la sto mandando dal tabacchi del tribunale che è dentro e che chiude domani, altrimenti si doveva fare 3 chilometri.

Pensa… sono fortunata. Non so se ridere o piangere. Rido e torno indietro. Sudo sempre di più e mi sento sempre più debole non appena rimetto piede nell’atrio. L’ho capito. E’ l’atrio che mi fa male a vedere. O no? Non lo so. Corro verso il tabacchi, pago la marca (che mò stampano, pensa te, mondo evoluto che siamo. Quando gestivo il tabacchi con papà, c’erano tutti quei cazzo di libroni con le marche dentro che valevano di tutto e di più, mo no. Vabbè, chettelodico a fare? Sono fortunata, io) e ritorno di nuovo in fondo agli abissi dell’Archivio pensando che poi tutto passa, vero è. Tutto passa, ma non è detto che non faccia più male, pensaci. E finalmente mi dà ‘sto foglio. Assafà. Ed esco. Chiedo al carabiniere dell’Archivio se posso uscire da quella parte e mi dice di no. E te pareva. E così mi rifaccio di nuovo tutto il percorso nell’Atrio dove mi viene di nuovo male al cuore e finalmente, esco. Pioggerellina. Pure il giorno che ci siamo separati c’era la pioggerellina. Sono le 10:25. Mi fermo davanti al carabiniere che qualche secolo prima mi aveva fatto segno di sgommare dall’altra parte dell’entrata e apro ‘sta cazzo di omologa e cosa vedo? Che il parere favorevole all’omologa da parte del PM è stato firmato in data 10 Ott. 2012. Esattamente 15 anni meno un giorno dal nostro fallitissimo primo giorno di matrimonio. L’11 ottobre 1997 ci avevo scommesso. Il 10 ottobre 2012 qualcuno ha dato parere favorevole al fatto che avessi perso la mia fottutissima scommessa. Fa male, vediamo di non rompere i coglioni. Fa male pure se l’ho scelto io. Fa male pure se ora sto mille milioni di volte meglio. Sto male e ho un desiderio maledetto di quei gamberetti del ristorante del centro commerciale Acquario. Sento il glutammato di sodio in bocca. Se non fosse che sono le 10 e mezza di mattina correrei là a mangiarne tre quintali. Glutammato monosodico. Cancerogeno, dannosissimo, assuefante. Lo voglio e lo voglio ora. Ne voglio a iosa. Monica me l’aveva detto che ti fa una strana sensazione. Non mi aveva detto del glutammato monosodico. Marò.. se solo andare a prendere l’omologa mi fa questo, che cazzo mi succederà al divorzio, a settembre? Voglio quei gamberetti fritti e inzuppati nel glutammato. Voglio farmi male. Voglio dimenticare ubriacandomi di glutammato. Ho letto da qualche parte che la dipendenza da glutammato (vedi patatine e gamberetti fritti dei cinesi) ha fatto scoprire un altro gusto oltre al dolce, amaro, salato e dio sa cos’altro. Pressione bassissima. Sto per svenire. Mi appoggio al muro di via San Barnaba. Che bella idea che ho avuto a lasciare l’auto così lontana. E chi cazzo lo sapeva. Marò, marò, marò. Ce la posso fare. Ce la posso fare e ce la farò, in culo al mondo. 15 anni. Il mio matrimonio è durato 15 anni. Mio, nostro… Nostro. Nostro. Quanto ti spiace, Marco? Quanto male dentro sei stato? Quante volte hai pensato che potevamo fare di più? Quanto sei stato felice, dopo? Quante volte hai pensato che non c’era più nulla da fare? Quante volte ti sei detto verità che erano bugie, come me? Quante volte ti sei reso conto che mai sarebbe dovuto essere? E quante volte ti sei detto che così doveva andare perché almeno una cosa buona, assieme, l’abbiamo fatta? Ecco, cambia pensiero, Rosa. Stai esagerando. Penso a lei e al suo sorriso e ai suoi abbracci dolci e al suo amore e sto meglio. Lei è giusta. Djamel è giusto, fino a quando durerà. Mi viene in mente una canzone che gli ho mandato qualche mese fa. What are you doing the rest of your life. Ce ne è una versione su Spotify di Barbra Streisand che dice, prima di cantarla live, “this song is for those of you who have very secure relationships”. Voglio il cazzutissimo glutammato monosodico… E’ tutto così pericoloso. Non ho ancora organizzato nulla, nessuno mi ha ancora chiesto nulla, ma so che sto per scommettere di nuovo e che Dio me la mandi buona perché nulla è per sempre o sempre figo, giusto? Ok, ok… pioggerellina. Mi tolgo gli occhiali da sole e mi faccio bagnare la faccia e i capelli da queste gocce fresche che cadono leggere su di me mentre sole e afa mi stanno affievolendo il respiro. Ci sta. Ci sta che piova con il sole. Ci sta. E sto meglio. Barcollo un attimo nella strada vuota. Respiro profondo, Parrè… Respiro pronfondo e via, più forte di prima. Sì, più forte di prima. E la prossima volta che torno in questo posto di merda, mi porto mezzo chilo di glutammato monosodico, fosse mai.

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