Ah, felicità… su quale treno da Ventimiglia viaggerai…

Non mi ricordo esattamente cosa ho scritto. Mò non ho il tempo di andare a guardare. Ricordo solo che ho digitato qualcosa come: “Non sapevo che la felicità facesse paura” in risposta a ciò che lei mi aveva appena scritto. Ti dirò, mi ha spaventato un po’ che io lo abbia scritto, così, di getto. Voglio dire, ho reagito a quello che lei mi stava dicendo come una bambina alla quale viene confidato con voce bassa e reverenziale, per la prima volta, che Babbo Natale non esiste. La bocca aperta, lo sguardo attonito. Quella sarà stata la mia espressione facciale in quel preciso momento. Mi conosco. E lei mi risponde che lei no, certo, ma alcuni preferiscono la loro comfort zone invece di rischiare e desiderare qualcosa di diverso e, magari, bello. Ecco ‘na cosa così ha scritto. Mò non ricordo le esatte parole. E non ti dico quanto sono stata sollevata. Non si può non voler essere felici, per quanto male si possa probabilmente soffrire prima di arrivarci. Soprattutto quando sappiamo di meritarcelo. Conosco e ho amato molti che hanno scelto la loro comfort zone. Peggio per loro. Ho riletto la risposta e mi sono sentita sollevata, sì. E’ stato come se mi avessero detto che era tutto ‘no scherzo e che Babbo Natale, invece, esiste per davvero. Ci penso durante tutto il viaggio di ritorno a Milano. Viaggio veloce, come solo ultimamente può essere Taggia-Milano fatta con un intercity da strapazzo. Non so. Ultimamente tutti i viaggi che faccio mi sembrano veloci, corti, quasi inesistenti. E’ come se non li sentissi; come se stessi andando incontro a qualcosaltro che mi sta aspettando e perciò a tutto quello che ci sta in mezzo non bado. La cosa più bella (o brutta?) è che non so cosa mi stia aspettando. Non so se è brutto o bello, ma io ci vado incontro, da incosciente lo so, ma ci vado incontro. E chi mi ferma a me? E poi ricordo che mi ha scritto qualcosa come: dove la trovo una come te che mi ricorda di andarmi a cercare la felicità? Ho glissato con una battuta del cazzo. In certi momenti lo faccio. Soprattutto nei momenti in cui mi danno per “importante”. Non sembra, ma sono una che si imbarazza e che davanti a certi complimenti non ha la battuta pronta, come sempre. Non riesco nemmeno a dire grazie oppure “no, non è vero, dai…”. E perciò dico stronzate. E non so perché, ma ritorno indietro a queste due settimane passate al mare. A tutto quello che ho visto e non avrei voluto vedere, a tutto quello che ho detto e sentito e non avrei voluto dire o sentire. A tutto quello che avrei voluto fare e non ho fatto. Abbiamo così tante occasioni mancate che ci potevano portare alla felicità, nella nostra misera vita. Perché automancarcele, pure, dico io? E poi sento nella mente l’eco della voce di papà, che non ho praticamente mai visto in queste due settimane, che mi dice al telefono: “Rosè, vir addò miett e pier, cà e tièmp nun sò buon…”. E io che gli rispondo: “Nun te preoccupà, Onn Antò, teng l’uocchie pè guardà annanz.” Già, la battuta pronta ce l’ho spesso. Chissà che cosa avrà voluto dire. Stai attenta a dove metti i piedi, Rosè, che i tempi non sono buoni. Si, sto attenta ma, tanto, lo so che arriverò dove devo arrivare, indipendentemente da dove metterò i piedi. E poi, mia figlia che ha il 41 di piedi? Ne vogliamo parlare? L’ho scoperto in questi giorni, io che stavo ancora al 40. 😦 Come crescono ‘sti figli. La guardo attraverso il mandala che sto colorando, mentre il treno scivola via dal mare, su verso la collina, tuffandosi nel tramonto dei verdi declivi che circondano Genova. Ah, qualcuno sa del raggio verde del tramonto? Leggete e imparate… ed esprimete un desiderio, se lo vedete; pure questa ho imparato. Sta ascoltando musica ad occhi chiusi. E’ cresciuta di un numero (o quanti più numeri?) e non me ne sono accorta. Guarda gli altri ragazzi della sua età con un fare “maturo” che quasi mi preoccupa. Forse l’ho responsabilizzata troppo? Vedo sua cugina con la coroncina in testa, la sera del suo 18° compleanno e penso che lei non l’avrebbe mai indossata. Oggi sta mettendo a posto tutta la sua camera. Sta buttando via una marea di vestiti che non mette più. Due ore fa ha cucinato il pranzo. Ha fatto un sughetto di pomodorini gialli con le melanzane e ci ha condito gli spaghetti cotti a puntino da lei. Qualche minuto fa mi ha rimproverato perché ho lasciato la tv accesa in cucina. Domani andrà ad aprirsi un conto corrente in banca. Ha analizzato tutte le variabili di carte di credito e bancomat e ieri sera, a me e Marco che era venuto a prenderci in stazione, ha fatto il terzo grado su prelievi e costi per bonifici e acquisti online e Visa e Maestro e…. sorrido nel ricordare la faccia di Marco che sembrava ci avesse scritto in fronte: “Rosa, dimmi che non abbiamo figliato un marziano” 🙂 🙂 Ha già un piede fuori dalla porta. Così tanto mia e così tanto diversa da me. Va bene così. La porta è aperta e potrà tornare quando vorrà lei. Se mai lo vorrà. Giuseppe ieri, prima di salutarci le ha detto: “Laura, ti voglio raccontare di quando ho compiuto io 18 anni e cosa fece il nonno Antonio il giorno prima. Ecco, venne da me con una valigia e mi disse Se da domani non fai quello che dico io e non metti la testa a posto, puoi pure andartene via, fuori da questa casa con questa valigia, per sempre perché hai 18 anni e sei maggiorenne. E non ti dico come sono cresciuto, in un momento! In quel preciso istante ho capito cosa volesse dire avere 18 anni. Ho avuto un terrore incredibile, sai? Hai capito cosa vuol dire lo zio?” Restiamo tutti di sasso. Non ricordo. Non so se ero là. Probabilmente no. Probabilmente ero già a Londra. Si che capiamo. Io sì. Laura scioccata. Lui sorride e poi mi chiede se penso che mamma fosse là quando è successo perché lui non se lo ricorda. “Non so” gli rispondo “comunque, lei gli avrà fatto la valigia, suppongo. Lui era la mente, lei il braccio organizzato della legge.” 🙂 Te l’ho detto, faccio le battute del cazzo, io… Già, risponde lui, e si richiude in camera.

La signora davanti a me, nel treno, mi fa segno che mi vuole parlare. Quando mi sono seduta pensavo fosse un signore francese di mezz’età con il parkinson che veniva da Mentone. Non so perché, non me lo chiedere. Poi l’ho sentita parlare con la figlia che sta accanto a me e mi si è aperto un mondo sugli ormoni maschili e femminili. Mi tolgo le cuffie, stringo le matite blu in mano, le dita sporche di pennarello e l’ascolto mentre mi dice: “Mi scusi davvero, volevo solo chiederle come fa a mettere tutti quei colori assieme in maniera così stupenda. Voglio dire, mi scusi, ma non mi sono potuta trattenere dal guardare e dirglielo, sta facendo proprio un lavoro bellissimo, ecco… mi scusi se l’ho disturbata, continui pure.” Ecco che mi succede di nuovo. Cose strane nella mia strana vita. Oh, Dio… ma quante me ne stai facendo vivere? E io mica me le ricordo tutte… 😦 Mi piacerebbe risponderle che sono un’artista molto famosa e rinomata che abita a Rechiavich (e lo so che non si scrive così, ma non voglio andarmelaccercare) e che sto allestendo una stampa che sarà riprodotta su tutte le tuniche, i veli e le tende delle celle delle suore e dei preti cattolici del mondo… ma, invece, dico semplicemente che non lo so. Le dico che guardo il disegno, immagino gli abbinamenti che mi piacerebbe vedere e poi vado d’istinto. Lei si congratula ancora e io decido di non rimettere le cuffie. Non so, ma mi sembra maleducato, ora che ha osato parlarmi. Ed è in quel momento che una sudamericana e una brianzola, due potrone davanti a me, iniziano a insultarsi per cose di posti, di bambini che dovrebbero stare in braccio alle mamme sudamericane pure se stanno male, di extracomunitari con gli stessi diritti dei comunitari e di Trenitalia che fa le prenotazioni alla cazzo di cane e di controllori che non dovrebbero avere pietà di una sudamericana col figlio che sta male e obbligarla a tenerlo in braccio pure se sta rimettendo l’anima. E una si alza a minacciare l’altra. E l’altra agita mani e faccia e corpo come se fosse una lottatrice di judo. E Laura si toglie le cuffie che le loro voci sono arrivate pure oltre il K-Pop che le invadeva i neuroni. E l’amica della brianzola urla, pure lei, parole sconce e minacce alla sudamericana che le minaccia, per contro, di fare la festa a entrambe. Quella che dice che è avvocato e che la denuncia, l’altra che le dice con accento da Sancho Panza che non ci ha proprio l’aspetto da avvocato con quelle infradito da tre soldi e quei vestiti da pezzenti. Io che cerco la telecamera nascosta. Tutti gli altri intorno a noi che iniziano a parlare e alzare la voce pure loro. Urla e strepiti e parolacce. Ok… Mi alzo, Laura mi guarda spaventata. Le faccio segno di stare calma e seduta. Vado verso la sudamericana, mi accovaccio davanti a lei e le dico a voce bassissima: “ti prego, per favore, basta”. Non vado dall’italiana. Non so perché. Forse perché ho sentito dire delle gang sudamericane che sgozzano o cose varie e me la voglio ingraziare? O forse perché penso che ci si debba sentire proprio di merda in un treno pieno di italiani che ti insultano, con tuo figlio che sta vomitando mezza vita, in un treno che non si può fermare, con una stronza che voleva il suo posto e che poteva pure sedersi in qualsiasi altra parte perché il controllore gliel’ha detto chiaramente, ma ha voluto fare la stronza comunque e nessuno che ti possa difendere? Lei risponde “si, però sono loro che mi stanno dicendo cose brutte” e io, di nuovo, a voce bassissima “lo so, però ti prego, per favore, basta”. E lei di nuovo “ma il mio bambino sta male” e io di nuovo a voce ancora più bassa “ok, però ti prego per favore, basta”. La brianzola non smette… Lei nemmeno e poi mi dice “lo vedi? Lo vedi?” E’ là che le tocco il braccio e l’accarezzo e glielo dico di nuovo “per favore, basta, ti prego” e lei dice “ma dice che mi denuncia e mi fa andare in prigione” e io le dico “e va bene, facciamo che aspettate di arrivare a Milano e quando siete giù dal vagone vi ammazzate, però non ora e non qua, sì?” e di nuovo “ma lei non capisce che il bambino sta male” e io di nuovo a voce bassissima, accarezzandole di nuovo la pelle olivastra e morbidissima “lo so, lo so, però, per favore, basta ora” e allora succede il miracolo. Lei risponde a voce bassa tanto quanto la mia “si, scusa, grazie, scusa…”. Fa un gran respiro e torna a guardare suo figlio. Ringrazio. Pure la brianzola si zittisce. Non la guardo nemmeno. Tutti stanno zitti, ora. Tutto il vagone sta zitto. Quasi quasi mi faccio paura da sola. Una carezza, poche parole a voce bassa e l’universo mi applaude. Ritorno, felice, al mio posto. Rimetto a posto matite e fogli da colorare. Ho già dato troppo, oggi, con l’istinto, và. E sono felice. Felice, già. Questa sottile, bellissima felicità colma di consapevole soddisfazione per aver fatto qualcosa di bello (che non è solo un mandala) e che non mi sono andata a cercare e che, oggi invece, mi è venuta a stanare, mi ha trovata e non mi ha fatto accoltellare nella carrozza n. 5 del Ventimiglia-Milano. Laura mi guarda orgogliosa (poi mi dirà, più tardi, che lo sapeva che mi sarei alzata per sedare la lite e che se non l’avessi fatto io, l’avrebbe fatto lei – fantastico, pure questo le ho insegnato; biffiamo pure questa dalla lista delle cose da insegnare a ‘sta pirlona 🙂 ). La signora/uomo con il parkinson mi fa l’occhiolino. Sorrido a entrambe. Sì, cazzo, sono felice. Metto le cuffie (ne ho bisogno) e mi dico la solita cosa di quando mi metto le cuffie, visto che la musica ce l’ho programmata sempre in riproduzione casuale; mi dico: la prima canzone che viene fuori sarà un messaggio del destino e degli dei solo ed unicamente per me, in questo preciso momento. Dai, destino, dammi questo fantastico messaggio. Rossana Casale inizia a cantare “sono gli amori diversi…” e penso che dovremmo tutti amare diversamente. Sarebbe tutto così facile. Bella canzone. Amare diversamente. Io, di sicuro, amo diversamente e ne sono felice. S0no felice perché sento ancora la pelle di quella ragazza sotto i miei polpastrelli, vedo ancora l’occhiolino della signora/uomo parkinson, vedo ancora lo sguardo orgoglioso di mia figlia, ripenso ancora con gioia che qualcuno crede che non è facile trovare una come me, che che ricorda agli altri di essere felice. Vuoi mettere? 🙂

P.S. biffare v. tr. [dal fr. biffer, der. del fr. ant. biffe “stoffa a righe”]. – [fare segni, spec. a X, su uno scritto o uno stampato per annullarne la validità] ? cancellare, depennare.

P.P.S. Il mandala che stavo colorando e che non ho finito, è un amuleto che protegge tutti, indipendentemente dal credo, dalle fedi e dalle convinzioni: la mano di Allah… ed eccola qua.

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