I was…

Faceva caldo. Non so perché ho la sensazione che facesse caldo anche se, a memoria, tutto deve essere successo quando caldo non faceva. O forse ero calda io, di febbre. Quella febbre che viene dal cuore e dall’anima. Quella febbre che ti fa dimenticare di mangiare e di vivere. Ricordo di essere andata da una cartomante, su a Nord, verso Kilburn. Ricordo di aver cercato sulle pagine gialle del pub in fondo ad Overstone Road, dove andai ad abitare dopo che lasciai casa nostra. Oh, se ci fosse stato internet come c’è ora, chissà quanto scarpinare su per la collina mi sarei evitata. La signora, una specie di zingara medio borghese, mi guardò dalla testa ai piedi, non appena aprì la porta e disse in un inglese sgrammaticato misto a russo: “Meglio di no. Non ci stai con la testa. Tutto quello che ti direi non servirebbe a nulla. Non posso aiutarti. Vai a casa.” E richiuse la porta scusandosi gentilmente. Ti è mai capitato? A me si. Faceva caldo e pioveva a tratti. Londra è così. La amo per questo. Ti da tutto e niente in un momento.

L’appuntamento è alle quattro e mezza in via Amundsen. Sono in anticipo, come al solito. Brutto vizio. Aspetto due minuti e poi arriva Marco. Sbuffa scendendo dalla moto e dice: “Dai, leviamoci dai coglioni pure questa cosa qua”. Lo capisco. Per lui è una rottura di coglioni perché l’ho chiesto io, per l’ennesima volta. La prima volta avevo chiesto la separazione io, la stronza rovinafamiglie. Ora, ho chiesto il divorzio io, la stronza che non si accontenta mai. Embè, che ci vuoi fare. Essere stronze è un’arte.

Qualche giorno prima, se non ricordo male, mi aveva lasciato un biglietto dove aveva scritto che sarebbe passato venerdì in giornata a prendersi le sue cose. E che sarebbe stato meglio se io non fossi stata presente. C’è una cosa brutta davvero, in queste situazioni: quando ti dice che non ti vuole vedere più e quando si vuota la casa. Quando, piano piano, le cose che avevate messo assieme in salotto, in cucina, in camera da letto scompaiono, una dopo l’altra, fagocitate da un futuro nel quale tu non ci sarai. Come se un folletto passasse, giorno dopo giorno, a prendersene una e poi una e poi un’altra per portarsele tutte sotto il fungo. Ogni cosa che parlava di te e lui, via per sempre. Ma quanto cazzo è grande ‘sto fungo? A me lasciò i quadri e i cuscini e il mobiletto a tre quadrati dove tenevamo le cassette. Ce l’ho ancora. Io tengo tutto.

Mentre saliamo in ascensore mi dice: “Sei sicura? Guarda che poi non si torna più indietro.” Non ci stavo più pensando al “non si torna più indietro”. Pensavo, piuttosto, che Djamel mi dice che, comunque, alla fine della fiera, io sono ancora sposata con Marco e che, alla fine, è il divorzio che davvero sancisce la fine di una storia. Mah, non saprei. Rispondo serenamente: “Marco, per me il non si torna più indietro è successo tanti anni fa, quando stavamo ancora assieme per il mondo intero”. Silenzio. L’avvocato è gentile. Ci fa entrare nella sua casa ufficio scusandosi dei bermuda, che fa tanto caldo. Fosse quello il problema, penso io, accomodandomi.

Quel venerdì andai al pub con Fabienne e Magalie. Pur sapendo che, nel frattempo, lui era a casa a portarsi via gli ultimi suoi testimoni della nostra vita assieme, speravo di incontrarlo là. Che stupide sono le donne a volte, vero? I suoi testimoni. I miei testimoni. Quante storie potrebbero raccontare le cose. Non credo ci sia bisogno di sposare un uomo per sentirlo tuo marito. No. Per me lui… Vabbè, lasciamo perdere. Bevvi non so quanto sidro. Il sidro mi fa bene alla testa e velocemente. Ne avevo bisogno. Fumavo come una turca e bevevo. Tutto il resto non contava nulla. A volte penso di aver vissuto in un film, tanto la vita non aveva più alcun significato per me, senza di lui. Mi svegliavo con la nausea. Andavo a dormire con la nausea. Quando mi svegliavo volevo morire. Quando mi addormentavo, volevo morire. Passione? No, non credo. Qualcosa di molto più pericoloso. Uno di quei giorni, Fabienne mi chiese se mi ricordavo quando era stata l’ultima volta che avevo mangiato. Non me lo ricordavo. Visualizzai mezzo uovo bollito che avevo vomitato forse tre giorni prima e tanti succhi di frutta e sigarette, quelli sì, quelli non li avevo vomitati. Alla fine, arrivai a pesare 43 chili, con tutte le ovvie conseguenze.

Ci fa i complimenti. Ci dice che una coppia così d’accordo e contenta di divorziare non l’ha mai vista. Fossero tutte così, dice. Beh, siamo bravi, questo lo dobbiamo ammettere. Con Marco ho imparato a fare la falsa. La dico proprio così, sì. Perché così è. Ma solo davanti a lui, con lui. Poi no. Con tutto il resto del mondo, non ci riesco. Ci sediamo accanto, davanti alla scrivania e inizia la tiritera sui documenti, il costo (che pago io) e tutto il resto appresso. E’ bravo. Si capisce che ti fa le domande che sembrano innocue per sapere cose più grandi di noi. Esce due o tre volte per fare delle fotocopie. E’ là che Marco da il meglio di sè stesso. “Allora, sei contenta? Lo sai che così non ti prendi la reversibilità? Lo sai? Sei contenta?” E’ in questo momento che capisco l’espressione: lei gli sibilò contro. Perché gli dico con voce sferzante, bassa e veloce: “Fottesega della tua reversibilità. Non voglio più essere tua moglie. Nulla del mio deve andare a te e io non voglio nulla del tuo. Tutto quello che abbiamo deve andare a Laura. Tutto il resto è storia.” Mi piace la parola fottesega. Me l’ha insegnata Laura. A 51 anni non è male imparare parole da ragazzini. E’ in quel momento che arriva l’avvocato e via, di nuovo, mi giro verso di lui allegramente, con un sorriso che va da qua all’eternità. O alla porta dell’inferno, per quanto mi concerne.

Camminai giù da sola, da Chiswick verso West Kensington, nel mezzo della notte. Non avevo paura. Nel pieno dei miei 27 anni e mezzo, quasi 28, nulla mi faceva paura. Nulla… Il venerdì sera, a Londra, dopo le 11 è raro, in periferia, vedere gente per strada che cammina. Di solito sono tutti così ubriachi da ancorarsi al primo palo della luce e là rimangono, fino a quando si risvegliano, sfatti dall’hangover, qualche ora dopo. Certo, non immaginare tappeti di gente ubriaca per strada, ma… E camminai sempre più lentamente. Più mi avvicinavo a casa, più rallentavo. Sinclair Road, di notte, è buia forte. Non mi fa paura. Vorrei la morte, ora. Sento lo stomaco che mi si sta rivoltando. Sudo freddo, non riesco a respirare e mi sembra di avere i piedi che non si staccano più dal marciapiedi. Sento il sangue che mi batte nelle orecchie. Vorrei scappare via, ora, in questo fottutissimo istante… ovunque, ovunque, Dio… ovunque. Ma non lo faccio. Ricordo ancora la moquette beige, sotto i piedi e lo scricchiolìo delle assi. Le case inglesi sono stupende. Così fragili, ma al contempo forti e belle e orgogliose, nella loro legnitudine. Salgo gli scalini sperando. Lo spero ancora. Spero di trovarlo là, magari ad aspettarmi con una candela accesa, in camera da letto. Come facevamo a volte. Le candele… Che buffo. Ho un ricordo. Una delle prime volte che avevamo iniziato a vivere assieme in Shepherd’s Bush Road io, con il mio cazzo di vizio delle candele, ne avevo lasciata accesa una sul tavolo di legno, incastrata in un porta candele di plastica. Il portacandele si sciolse e la fiamma iniziò a fare l’amore con il tavolo di Missis Till e le lunghe e pesanti tende color verde scuro. Nel mezzo della notte, sognai di tossire per colpa di qualcuno che fumava e mi dicevo che dovevo smettere di comprare le Silk Cut. Poi sentii Djamel che mi urlava di aprire la porta e scappare perché stava andando a fuoco la casa. Fumo ovunque. Lui tossiva mentre, nudo, tirava giù le tende dalla finestra panoramica a 6 vetri che si trovava vicino al tavolo e, con queste, aggrediva il fuoco con una forza che non gli avevo mai visto. Invece di scappare, aprii le finestre, presi dell’acqua e lo aiutai.

Poi ci chiede se siamo sicuri e dice che sa che questo è il momento peggiore. Che, certamente, quando usciremo da là, oggi, dopo aver firmato tutti i documenti, ci sembrerà brutto. Che un matrimonio finisca così, in pochi minuti, con due firme davanti all’avvocato e un appuntamento con un giudice che ti cagherà, se tutto va bene, per 5 minuti. Dice che ci potremmo emozionare e, magari, piangere. Non so da dove mi sia uscita. O forse sì. Rispondo: “Guardi, avvocato, se proprio dobbiamo parlare di lacrime, per quanto riguarda questo matrimonio e la mia persona, con tutto il rispetto per il primo e molto di più per la seconda, ritengo di averle già piante tutte. E mi creda, quando dico tutte, intendo davvero tutte.” Mi osserva un po’ stupito e poi dice: “Beh, immagino…” poi guarda Marco che balbetta un quasi singhiozzante: “E’ lei che l’ha voluto, avvocato; io sarei rimasto anche separato, per me…”. Ho sentito le lacrime. Non l’ho guardato. Le ho sentite. Che effetto mi ha fatto? Sai quel film “A chorus line”? C’è una canzone: “I felt nothing”. Ecco, mi è venuta proprio quella canzone in testa. Se dovrò mai dare una colonna sonora al mio divorzio, ecco, quella è la canzone. I felt nothing.

E poi entro. Mi faccio forza ed entro. E c’è il buio. Odio il buio. E sento il vuoto. Hai mai sentito il vuoto in una casa abbandonata? Nessuna candela. C’è la luce del lampione che entra in salotto e inonda la camera ormai depredata di tutto quello che non era “mio”. Si è preso tutto. Non ci sono più le sue cassette, i suoi video, il suo stereo, i suoi pupazzi, i suoi CD, le sue giacche appese alla sedia. Vuoto. Tutto vuoto. Vado in bagno e vedo solo la mia parte piena. Mi viene da vomitare. Vado in camera da letto e vedo il futon senza un cuscino. Torno in salotto e crollo. Era mezzanotte passata. Questo lo ricordo.

Pago l’anticipo e poi andiamo via. Marco tace. Tornerò io con i documenti. Ha detto che visto che l’ho voluto io, pure io mi devo fare tutti i documenti. Vabbene, fottesega. Poi ci sarà solo l’appuntamento in tribunale. Facile, dice l’avvocato. Fossero tutti così i divorzi, dice. Già… Peccato che tutto quello che succede prima di oggi non è solo che tanta, tanta, ma davvero tanta merda. Non prendo l’ascensore. Dopo certe attività mentali, devo camminare. ‘Na volta mi sono trovata quasi a Corsico a forza di camminare. Ed eccolo di nuovo che mi dice, mentre trotterella giù per le scale con me: “Ecco, spero tu sia contenta.” Non gli rispondo. Non più. Poi parla di Laura e allora rispondo. Poi arriviamo di sotto e lo saluto. “Stammi bene, Marco” e non mi guardo nemmeno per un momento indietro. Ho deciso che stasera mi faccio ‘na bella birra. I felt nothing.

Ricordo il caldo, che non era caldo, lo so. La moquette sotto le ginocchia. Sono crollata a terra a piangere. Mi ha fatto crollare la vista del telefono, nel mezzo della camera, per terra. Da solo. Un vecchio telefono anni ’70. Il filo che si allungava dalla parete giù per terra, come me, fino al centro della camera. Prima era sul mobiletto nero che lui si è portato via. L’ha tolto e l’ha messo per terra, là in mezzo. Per terra. E poi si è portato via il mobiletto. Inizio a piangere. Mi sono accasciata come un burattino che un momento stava zompettando sul palco e, il momento dopo, gli tagliano i fili, tutti i fili, senza nemmeno avvisarlo. Il dolore mi sta tagliando in due il corpo. Dov’è la mia anima? Dov’è il mio cuore? Dove, perdio, dove? Sto singhiozzando così forte che mi sembra di morire soffocata. Questo non è amore. Questo non è amore. E poi, suona il telefono. Quel telefono abbandonato, suona. Penso che è mamma. Lei chiama sempre a quest’ora, dopo che hanno chiuso il ristorante. Penso che devo fare finta di niente. Faccio squillare tre, quattro, cinque volte. Provo a respirare normale, mentre tiro su la cornetta e poi dico: “Sì?” con voce sicura e serena. L’ha dovuto ripetere. “Don’t cry, Rosa, please don’t cry. I had to do it. I had to do it. Please don’t cry.” Lo sentiva. Lo sentiva. Sapeva che sarei crollata. Sapeva che sarei morta dentro. Proprio in quel momento. Io sono crollata e lui ha chiamato. Questo non l’abbiamo mai perso. Io sento quello che lui sente e lui sente quello che io sento. Senza dire nulla. Non so cosa gli ho risposto. Devo avergli chiesto qualcosa di pietevole, suppongo. Ricordo la risposta, però. Quella la ricordo: “Don’t you ever forget, Rosa. Never: I was yours and you were mine. Don’t forget this, ever. I was yours and you were mine.”

Mai l’ho dimenticato. “I was yours and you were mine“. Così qualcuno mi disse 23 anni fa… Poi non lo incontrai mai più. Poi, il destino, Allah o Dio, me l’ha fatto ritrovare, senza che lo cercassi davvero. E nemmeno lui cercava me. Se ci sposiamo, giuro che invito Mark Zuckenberg… Ci siamo trovati e basta. E quell’amore che sembrava essersi sciolto per sempre nelle lacrime e nelle risate di altri amori, nelle vite di altre vite che hanno incrociato le nostre, in altri sogni, altri incubi e altre notti e giorni vissuti senza di lui ma nel costante ricordo di lui, è ritornato più forte che mai. Ci sono momenti di merda, sì, ancora. Ci sono momenti buoni, davvero. Ci sono momenti che mi sembra di sognare. Altri che mi sembra di essere tornata all’inferno. Altri che mi chiedo dove Dio vuole che io e Djamel si vada, se da qualche parte dobbiamo andare, perché io non lo so proprio. Io non lo so. So, comunque, che anche questa volta arriverò fino a dove devo arrivare, in ginocchio o in piedi, non importa, perché io voglio stare con lui e basta. Perché così doveva essere e così sarà. Sai quella storia delle fiamme eterne? Siamo un po’ troppo umani e, ovviamente, cerchiamo di spiegarla come meglio possiamo, ma forse, oggi riuscirò a fartela capire. Credo in una cosa. Siamo energia pura. Siamo tutti energia pura. Energia che si sprigiona da non so dove che fa sì che, di tanto in tanto, veniamo su questo cazzo di pianeta a vivere qualche vita terrena. Fiamme di una energia che entrano in un corpo e lo vivono, lo popolano di microbi, di batteri, di altri corpi che poi espellono partorendoli e lo usano fino al suo naturale estinguersi. Ecco, torna un attimo indietro. Immagina un fuoco. Da quel fuoco viene l’energia della quale ti parlavo prima. Quella che popola i corpi e che noi cretini chiamiamo anima. Guarda quel fuoco. Vedi le fiamme? Le vedi quelle di dentro e quelle di fuori e quelle di lato? Ecco, io e Djamel siamo fiamme bollentissime e vicinissime. Gli altri con i quali facciamo amicizia o instauriamo un rapporto particolare sono fiamme un po’ più lontane da noi, certo, ma sempre fiamme del nostro stesso nucleo energetico, del nostro stesso fuoco. Ecco… Questo, per me, è “I was yours and you were mine”. Fiamme dello stesso fuoco. Fiamme vicine e unite nello stesso fuoco. E oggi, ho deciso di togliere, una volta per tutte, “was e were” e li sostituirò con “am e are” per sempre. Perché, nonostante tutto, prima, durante e dopo, nel tempo, nello spazio, fuori e dentro della nostra anima e del nostro corpo, niente, niente ma davvero niente cambierà. Qualsiasi cosa succeda e dovunque noi saremo (assieme oppure no). I am yours and you are mine, sì. Infinitamente.

Un pensiero riguardo “I was…

  1. Stupendo10873185€476
    . Sei una DONNA VERA. Devi esserne orgogliosa, ne sono rimaste poche.
    Gli happy ending mi rallegrano. Mi hai fatto cominciare bene la giornata. Grazie e buona giornata anche a te.

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