Senza certezze

Sto litigando con la mia nipotina per una pallina di plastica. Sto litigando davvero. Mi guardo da fuori. Mia sorella pensa che sia uno scherzo, mio cognato pure, ne sono sicura, e pure Laura, che stanno assistendo a questo sipario tra zia di 52 anni tra 3 mesi e nipote che va all’asilo. La voglio, quella pallina. E’ tutto quello che mi rimane di qualcosa che non c’è più. Che c’è stato, che poteva essere migliore e non lo sarà mai. A volte, davvero, ci si attacca alle cose più futili e stupide, per non perdere il centro, per non crollare, per non perdere l’ultimo barlume di sanità mentale. In poco più di un mese, la mia vita ha subìto degli scossoni da terremoto della fine del mondo. Poche certezze, avevo, e pure quelle, come la neve al sole che a Milano non c’è ancora stata, si sono dissolte. Una di queste: che conoscevo mia figlia e potevo “vedere” tranquillamente i suoi sentimenti. Sbagliato. La gente, soprattutto quella che ti ama tanto, a volte, pur faticando enormemente, ti nasconde qualsiasi cosa, pur di non farti male. Però, poi, vengono fuori le merde e non puoi non sentirne la puzza e, onestamente, non so cosa sia meglio. La gente, dicevo, ti nasconde qualsiasi cosa. Io no. E, per ora, non me ne pento. E’ stato un momento di crisi assoluta. Diciamo, però, che mi posso fare pat pat sulla spalla. Ho retto il colpo. Ho retto il colpo, sì, grazie alle amiche che mi hanno dato sostegno e grazie a me che sono stata zitta ad analizzare, come al solito. Prima di aprire bocca, ormai, analizzo sempre e forse anche troppo e se non arrivo a una conclusione accettabile, continuo a stare zitta. Così dev’essere. Alla fine, sono stata zitta, con Laura, visto che, comunque, non avevo chiara la situazione. Lei non ha sopportato il silenzio e allora ho deciso di aprire il cuore e ne è valsa la strafottutissima pena, per l’ennesima volta. E’ dura essere madre. E’ dura essere madre ed unico riferimento, da sempre, di una figlia che ti reputa la cosa più bella e figa del mondo, nonostante le tue pecche. E’ dura essere madre ed unico riferimento, da sempre, di una figlia che ti reputa la cosa più bella e figa del mondo, nonostante le tue pecche che si re-innamora, a 51 anni, come un’adolescente al primo amore. E’ dura essere madre ed unico riferimento, da sempre, di una figlia che ti reputa la cosa più bella e figa del mondo, nonostante le tue pecche, che si re-innamora, a 51 anni, come un’adolescente al primo amore e pensa che non sia possibile che le due persone che ami di più al mondo non si possano amare tanto quanto le ami tu. E così caschi dal fottutissimo pero (sempre quello di tante altre volte dal quale sei cascata…) e non ti capaciti. Coma emozionale. Disperazione. Sbalordimento. Dolore. Shock. Nausea. Rigetto emotivo di tuttie due. E poi, piano piano, riprendi tutto in mano e capisci che lui ti ama follemente e mai vorrebbe il male tuo o di tua figlia ed è disposto a mettersi da parte per sempre. E poi, piano piano, capisci che lei è ancora quella bimba che ti adora, per la quale moriresti in questo preciso istante senza nemmeno chiedere perché e che hai allattato solo per 3 mesi che scrive: “nella mia vita siamo sempre state io e mamma. Sempre io e mamma. Perfino quando c’era mio padre, eravamo sempre io e mamma.” E piangi. Piangi perché pensi di avere sbagliato. Di non averla resa libera e serena. Piangi perché volevi che fosse felice e ottimista e invece l’hai fatta stare male dentro e fuori. E poi ridi perché sei una cogliona. Ridi perché non è niente vero. Ridi perché sei pazza, di lei e di lui e devi continuare a combattere, sempre. Per loro. E quando ricominci a combattere, tutto si evolve e le cose si illuminano; come se avessero l’occhio di bue del teatro addosso, e tu le vedi chiare come non mai. Sì, checcazzo… mi ero dimenticata che io faccio tutto sempre per amore, sempre e solo per amore. Se fai le cose sempre e solo per amore, non ti puoi sbagliare. E questa, era una certezza che non è più certezza.

L’altra certezza che avevo era che mia suocera ci avrebbe sotterrati tutti. A volte, non so perché ma succedeva mentre facevo le pulizie, pensavo che non poteva non vincere anche questa battaglia contro di me. Sì, l’avevo presa sul personale, sai com’è. Già la vedevo a buttare l’oncia di terra, con il suo sorriso sardonico, sulla mia bara e invece… Eravamo all’Ham Holy Burger con mia sorella, mia nipote e suo marito, io e Laura. La vedo parlare qualche secondo al telefono. Mette giù e poi dice: “è morta la nonna” e poi scoppia a piangere. Ok, ok, prendo in mano la situazione. Chiamo Marco, cerco di calmarlo e poi mi organizzo per andare all’obitorio a far vestire mia suocera la mattina dopo. Mangiamo e poi si va a casa. Non ho dormito un minuto. Pensavo il suo fantasma mi venisse a trovare per maledirmi anche da morta e volevo essere pronta. Invece no. Ho pensato mille cose, mentre l’aspettavo e non è venuta. Non ho pianto una lacrima. C’è una canzone di un film che adoro, Nothing. Il film è A chorus line. Guardalo, è stupendo. Ho deciso che la prossima volta che andrò a Londra con Laura andremo a teatro a vederlo con lei e Djamel. Nothing. Lei è arrivata all’obitorio. Ero da sola, ad aspettarla. Avevo mandato Marco e suo fratello dalle pompe funebri che avevo chiamato per la tumulazione. Avevo chiamato il prete per la benedizione in obitorio perché lei non avrebbe voluto il funerale. Avevo giusto un po’ espresso il mio disappunto con la direttrice dell’obitorio perché non si trovava il cadavere (o la salma, come la chiamano loro) in ospedale e perché non si trovava la sua tanto amata dentiera. E mi ero messa d’impegno a cercare qualche ragione per piangere davvero. Qualche lacrima è scesa alla casa di cura dove l’avevo vista l’ultima volta quando ho preso le scarpe e le calzine da metterle. Mi sembrava giusto, nulla di emotivo, capisci? Poi, è arrivata la barella con lei sopra. Sono scesa di sotto con l’impiegato sudamericano che non diceva nulla. Mi ha fatto entrare in questo stanzino e l’ho vista. Mi ha fatto paura. A me i morti non fanno paura. Lei aveva gli occhi socchiusi, la bocca quasi a parlare e la mano rattrappita. Sono stata lontana da lei per qualche minuto e ho fatto delle foto. Per favore, non rompere il cazzo a giudicare. Ho fatto le foto perché volevo essere sicura che fosse morta, sappilo. E poiché avevo dato scelta a Laura di venire a salutarla e non è voluta venire per ricordarsela da viva, le ho fatto le foto giusto in caso se ne fosse pentita. Mi sono avvicinata, l’ho salutata e ho tirato giù tutte le lacrime della vita che avrei potuto vivere ma non ho vissuto anche (e quasi soprattutto) grazie a lei. Le ho parlato. Le ho detto tante cose. Le ho detto che mi spiaceva. Non so per cosa, ma mi spiaceva. Le ho accarezzato la fronte pensando che si sarebbe svegliata. Il freddo ghiacciato atroce e bruttissimo del sangue che non scorreva più sotto la pelle sottile, mi ha paralizzato la mano. Le ho aggiustato i capelli. Ho cercato di chiuderle la bocca perché sapevo che si sarebbe incazzata a sapere che la sotterravano senza dentiera. Le ho tolto i cerotti e le medicazioni dalle braccia perché sapevo che le davano fastidio. Quante volte, in ospedale, anni prima mi aveva fatto incazzare perché cercava sempre di togliersele. Le ho raddrizzato le dita della mano rattrappita e poi mi sono seduta ad aspettare che si svegliasse mentre le tenevo la mano gelida. Sì, pensavo non fosse vero. Così mi sono guardata dentro, dentro, dentro e ho visto che non provavo NIENTE. Nothing. Quella canzone mi è continuata a ballare in testa tutto il giorno che sono stata con lei. Marco e suo fratello sono arrivati, mia cognata pure, l’ho portata a vestire, ho fatto dare dei soldi al sudamericano che l’ha truccata e l’ha resa bella (lei ne sarebbe stata contenta), ho riso quando il prete, facendo la benedizione in quel loculo dove eravamo in sei di noi con lei stesa sulla barella, ha detto: “… chissà quante Ave Maria questa donna devota di Dio ha pregato per tutti noi, e dunque, preghiamo anche noi per lei…”. Una mangiapreti, era mia suocera. Odiava la chiesa e tutto quello che ne veniva dietro. La benedizione, però, gliel’ho fatta fare. Giusto in caso lei si sbagliasse e io no. Quante lotte e urla sulla religione, tra me e lei. Quante lotte e urla su suo figlio, tra me e lei. Quante lotte e urla su sua nipote, tra me e lei. Quanto odio. Quanto infinito odio. E sta qua, ora, davanti a me. Mentre le tengo la mano ossuta e fredda e piango. Ho pianto per tutto quello che poteva essere e non è stato. Ho pianto perché la mia nemica amatissima se ne andava da questa terra. Ho pianto perché, fino al preciso istante in cui Laura è nata, io e lei eravamo amiche per la pelle. Poi, è successo il finimondo. Tieni sempre un fazzoletto di cotone in tasca, mi diceva mamma. E io ce l’ho da sempre, il fazzoletto di cotone. E si è inzuppato all’inverosimile. L’ho lavato tre giorni fa. E via la seconda certezza.

La terza certezza svanita come le nuvole d’agosto nel cielo siciliano (questa la capisco solo io), è stata che non avrei mai pianto al mio divorzio. L’8 febbraio ci siamo presentati davanti al giudice. Quattro giorni prima era morta mia suocera. Bel periodo di merda per Marco, lo ammetto. E non ho pianto alla pronuncia della sentenza di divorzio, se proprio vogliamo essere onesti. Ho retto, di nuovo, come al solito. Sono andata a prendere e riportare Marco a casa. Ho perfino chiamato l’ufficio del metal detector del tribunale dopo che Marco si era reso conto di aver perso chiavi di casa e auto proprio là e mi ha chiamato urlante e incazzatissimo con tutto il mondo. E’ quando sono tornata in ufficio che, stupidamente, ho acceso la radio e ho fatto il mio solito giochino stupido: “la canzone che ascolterò ora sarà quella che mi darà la risposta su…” e quel giorno, ho chiesto la risposta sul divorzio e Stevie Wonder ha iniziato a cantare Overjoyed… e ho pianto. Ho pianto per quello che poteva essere e non è stato. Ho pianto per lui e per me. Per noi che potevamo essere qualcosa di bello e invece il destino (e mia suocera e noi due nella stessa identica entità…) abbiamo fatto sì che non fosse così. Ho pianto perché si vede che ‘sta cazzo di menopausa ti fa piangere quando fai i giochini cretini il giorno della sentenza del tuo divorzio. Ho pianto perché tutte ‘ste certezze che mi crollano addosso, una dopo l’altra, io mica le posso sopportare, no? Ho pianto perché, nonostante tutto, ne esco sempre bene. Perché, alla fine, mi pare sempre che ci sia qualcosa di buono, pure nel brutto e orribile. E sorrido e vado avanti, più combattiva che mai. Alla fine, sai, sembra che io abbia le 9 vite dei gatti o che questo santo che mi protegge da prima che nascessi, faccia dello straordinario 24 ore su 24 per rendermi la vita accettabile e stupendamente (orrendamente) meravigliosa. E per lui (o lei) ogni sera accendo le candele e faccio le preghiere, che si sappia.

Così, mentre sono davanti a questo schermo a scrivere dopo tanto tempo (dio mio quanto mi sei mancata, tastiera emotiva), prendo in mano la pallina che mia nipote si voleva portare via. La stringo forte e penso che me la sono nascosta nel petto per non darla ad Anna. Si può essere così deficienti? E’ una pallina che stava in una boccia grossa di plastica, quando Lala era bimba. Ora, quando Anna viene a casa, tiriamo fuori tutti i giochi di Laura e ci divertiamo a vederla goderne come Lala fece allora. Era piccola. Le compravo ogni giorno una pallina quando l’andavo a prendere all’asilo nido e lei ci giocava come una pazza. Un giorno d’estate, milioni di milioni di lucciole fa, misi 500 lire nella macchinetta che erogava le palline e ne uscì lei. I miei colori preferiti. Esitai, giuro, a darla a Lala e, in realtà, non lo feci quel giorno. Eravamo sedute, io e “Lei”, sulla panchina davanti all’asilo nido mentre Lala giocava con i suoi amichetti. Ho ancora delle foto di quel giorno. “Lei” parlava, parlava, parlava… E io la odiavo, la odiavo, la odiavo… “Lei” parlava, parlava, parlava e la mia mano si stringeva sempre più forte in tasca, attorno a quella pallina. Laura giocava e non si curava di noi. Voleva solo la pallina del giorno. Ogni giorno gliene compravo una, no? Perché non c’era quella di quel giorno? Non rispondevo e la distraevo con altro. “Lei” parlava, parlava, parlava. Io la odiavo, la odiavo, la odiavo. Sì, ho odiato. Nessuno ne è immune. Soprattutto quando ti fanno tanto male. E poi, alla fine, ti rendi conto che non rimane Nothing. Che non provi più Nothing. Che lei non c’è più e che tu potevi fare di meglio, che pure lei poteva fare di meglio, che tutti potevano fare di meglio ma, si sa, la vita è fatta di fottutissime scelte e ognuno paga per le sue. E ho scelto di tenermi la pallina colorata di tenue rosa, verde e giallo, rubandola letteralmente a mia nipote. Vi prego, sotterratemici, con questa merdosissima pallina. Così mi ricordo. Mi ricordo che le certezze non esistono. Pure questa. La certezza delle mie opinioni che, alla fine, sono volatili tanto quanto un gas nervino zeppo di maledetti organofosfati. Mi ricordo, la prossima volta, magari nella prossima vita, di dare la pallina a Lala; di non giudicare e di provare ad ascoltare Silvana che, chennesai, si rivela esattamente la stronza che era ma, almeno, ci ho provato. Pace all’anima sua.

 

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