Grazie

Alla fine di ogni telefonata dice “grazie”. Ora non rispondo più niente. La prima volta che me l’ha detto, molto tempo fa, non le ho chiesto perché. Poi, dopo l’ennesima volta che me l’ha detto, l’ho fatto e lei ha risposto: “Perchè mi chiami. Perché mi chiami tutti i giorni. Perché mi pensi e perché con tutto quello che hai da fare, da sola, con una figlia a carico, che finisci di lavorare alle 8 di sera, mi chiami e mi chiedi come sto, ecco. Perciò grazie, no?”. Ecco… Bene… Sai quei momenti in cui ti senti una merda pur non avendo fatto niente di merdoso, anzi? Ti è mai successo? Voglio dire, non ho mai pensato che mia madre fosse ‘na cogliona ma, a dire il vero, non le ho mai dato molto credito “cerebrale”, non so se mi spiego. Penso che mia figlia abbia la stessa opinione di me. A volte la vedo. Mi guarda come a dire: “Tu non capisci proprio un cazzo. E allora sto zitta, và, che così non ti si scaldano i neuroni e non devi prendere il selenio per calmare le caldane della menopausa.” Sì, sono d’accordo con quello là che disse: “Stai attenta a quello che fai ai tuoi genitori, che poi i tuoi figli lo fanno a te”. Non so chi è. Magari l’ho detto solo io. E allora ci credo due volte di più perché l’ho sperimentato, credimi. Dunque, non pensavo fosse così, intelligente. Non pensavo fosse capace di “pensare” profondamente e attentamente e di analizzare (questo è quello che mi sciocca di più) quello che le succede intorno. Non sembrava una che analizza. Sembrava una che andava dritta per la sua e se ne fotteva del mondo. E invece… Ecco, invece, forse, è la vecchiaia che ti rende più “sensibile” a certi bisogni (tuoi) e doveri (dei tuoi figli). E mi dice grazie. E io chiedo perché, e lei mi risponde e chiude chiedendomi “Perciò grazie, no?”. Vabbè, mò non rispondo. Perché, se rispondo, poi lo so che andiamo a tarallucci e vino amaro io e lei. Le dico ok, le auguro buona serata e metto giù il telefono. Poi penso. Checcivuoifare, io penso. Penso che, in realtà, mica lo faccio per lei, sai? Lo faccio per me. Monica dice che il suo compagno non crede agli atti di generosità e affetto reciproci degli essere umani. Dice che tutti lo facciamo per una necessità nostra e non per far stare bene gli altri. Non sono d’accordo. Mò, però, in questo caso, mi sa che ha metà ragione. Anzi, forse tre quarti. Lo faccio perché poi non voglio avere rimpianti. Lo faccio perché voglio che mia figlia faccia lo stesso con me. Ogni sera la chiamiamo assieme. Mettiamo il vivavoce, mentre ceniamo, e parliamo con lei. A volte ridiamo, a volte no. Lo faccio da anni, ormai, di chiamarla ogni giorno, anche solo per sentirla sbraitare sulle stesse solite marce storie di lei e papà che non è riuscita a ripulirsi dall’anima o magari solo sentirmi sbattere giù il telefono perché deve andare al gabinetto e non ha ancora imparato a portarsi dietro il cordless o sentirmi dire che sono una madre di merda perché faccio cenare mia figlia alle 8 invece che alle 7 o farmi dire che sono un tesoro (una volta su 5700) o che spera davvero che Dio aiuti me e Djamel e ci faccia stare bene. Insomma, lo faccio per me, capisci? Lo faccio perchè poi non mi voglio sentire l’anima che mi dice: “Sei stata una figlia di merda”. E lo faccio pure quando sto fuori dal paese. Quando sto a Londra, ogni sacrosanta sera, la chiamo. Le prime volte Djamel è stato zitto. Poi mi ha chiesto perché lo facessi. E gli ho risposto che lo faccio perché è vecchia e può morire da un momento all’altro e non voglio avere rimpianti perché voglio che sia contenta di sapere che qualcuno, almeno una volta al giorno, la cerca e vuole veramente sentire come sta, ecco. Sì, gli ho risposto mettendo pure “ecco” alla fine della frase; lui m’ha guardata per qualche attimo in silenzio e poi ha detto: “ti amo anche perché sei una buona figlia”. Mò, onestamente mi bastava anche solo il “ti amo”. E sai perché? Perchè m’ha messo una minchia di stress addosso, quello che è venuto dopo il “ti amo”, che mò, se non chiamo mia madre ogni sera, mi sento una figlia di merda. Capisci? Ad ogni modo, il grazie, secondo me, lo dovrei dire io. Lo dovrei dire io perché, comunque, alla fine della fiera, è lei che mi permette di chiamarla. E’ lei che risponde al telefono. E’ lei che mi fa ridere con le stronzate assurde che dice. E’ lei che mi racconta, spaventata e quasi in lacrime, i sogni brutti che ha fatto durante la pennichella pomeridiana e mi chiede di interpretarli. E’ lei che mi coltiva le piante di incenso per darmele a Pasqua e mi chiede di comprarle le bacche di Goji pur sapendo che non servono a una mazza. E’ lei che mi da consigli su quando e come seminare le patate o mettere la boccia trasparente di sale grosso sotto il letto per tenere via il malocchio. E’ lei che mi dice che mi ha comprato il rognone già tre mesi prima che vado a trovarla e che sono la sola per la quale lo cucina perché gli altri figli non mangiano quella schifezza che puzza di piscio che lei ci mette ore a pulire (e mi chiedo perché diavolo me lo cucini se poi mi rompi la palle a rinfacciarmelo…). E’ lei che, tra il numero di pipì di Pippo e le storie del suo gruppetto di amici dementi paleolitici del pomeriggio in piazza Marinella, ci mette le cose che fanno male: “io lo so che te ne sei andata a Londra perché stavi male dentro, qua. Lo so che è stato un atto di ribellione. Lo so io, mica sono scema, sai? Lo so che tu sei una zingara e non ti fermi mai.” Quando dice così, mi viene in mente quella foto di noi due dove lei mi abbraccia da dietro e cerca di tenermi ferma. Si vede. Si vede che io non ci volevo stare là. Si vede che volevo scappare. E si vede pure che è stata zitta e mi ha fatto andare. Diversamente da papà, lei è stata zitta e m’ha fatto andare. Ho sempre pensato fosse menefreghismo. Madre di merda che non fa niente per convincere la figlia a restare. E invece… Lui, invece, m’ha menato, m’ha minacciata, m’ha pregata, m’ha implorata e pure cercata di corrompere. E non c’è riuscito. Lei, invece sapeva. Lei sapeva. Che strano che non sappia che è lei che da e non io. E’ lei che, se sa che sto per andare in qualche città per lavoro, trova sempre qualcosa da farmi comprare che, secondo lei, non si trova in Italia o a casa sua (vedi la grattachecca a Roma per farci di nuovo le granite della sua infanzia, che non so quante volte l’ho chiesta nei negozi e altrettante volte mi hanno mandato affà in der culo, gentilmente ovviamente). E’ lei che mi annoia con le solite storie vecchie come il cucco, ma delle quali non mi stanco mai, che oramai fanno parte di me. E’ lei che mi da le ricette perché poi quando non ci sarà “come le fai le cose, neh, Rosè?” E’ lei che da e non io. E’ questo che non ha capito. E’ lei che da, non io. E io prendo tutto quello che posso e lo faccio prendere anche a mia figlia perché la nonna è importante. Perché un giorno lei non ci sarà. Succederà un giorno che non me l’aspetto. Succederà tra un tramonto e un’alba qualsiasi. Succederà così strano che mi farà tanto male, lo so. Succederà che una sera la chiamerò, essendomi dimenticata che non c’è più, e dall’altra parte lei non ci sarà. E farà male. E magari, invece, risponderà anche da morta (e mi verrà un infarto) perché mio fratello avrà lasciato la segreteria telefonica con quella sua dementissima risponderia in marcato accento napoletano che quando l’ascolti non si capisce se puoi lasciare un messaggio o se devi richiamare e allora mandi affanculo e metti giù la cornetta. Bref… Posso fare tutte le carte, tutti i pendolini e tutta la scrittura automatica del mondo, ma nessuno mi potrà veramente mai dire quando succederà, fosse anche solo per farmi preparare al meglio, visto che io sono una che si organizza. E allora, sai che faccio? La chiamo. La chiamo ogni sacrosanta e fottutissima sera della mia vita e riempio il mio carretto con quante più cose posso di lei. Così, un giorno, le potrò andare a ripescare e potrò tuffarmici dentro con il mio dolore e il mio bisogno disperato di lei (che ora non sento perché son figa, son bella e son fotomodella), sperando di annegarci per poi rinascerne, consciamente felice di essere stata, comunque e sempre, sua figlia. Ecco.

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