Donne con le gonne

Faccio, faccio, faccio… Faccio sempre mille cose per non pensare ad altre cose. Non stare mai a rimuginare sulle cose, ricordatelo. Fai altre cose. Fai tante o qualsiasi altra cosa e vedrai che tutto andrà meglio. Una volta ero così tanto tesa che mi misi a pulire casa talmente bene che la pubblicità di MastroLindo gli faceva ‘na pippa. Sto per tornare a casa, da Londra. Ho fatto una sopresa a Djamel per il suo compleanno ed è stato bellissimo. Avevo tanta paura che non la prendesse bene, che andasse tutto all’aria, che tutti i miei piani si bruciassero per Dio sa quale infame destino avverso e, invece… Invece ho avuto la prova di quello che penso da sempre. Mai, mai, mai tirarsi indietro. Vai a prenderti quello che vuoi e mai, mai, mai perdere l’occasione di far star bene dentro qualcuno sorprendendolo. Non hai bisogno di avvisare. L’amore non ha bisogno di avvisare.
Non perdere mai nessuna occasione di amare sorprendendo, mai. Amare è OK; amare e basta, per quanto ti possa sembrare difficile (e non lo è) è facile. Amare soprendendo, invece, richiede sforzo, fantasia, intelletto e tempo, certo, ma è bellissimo e ti gratifica senza darti nulla indietro a parte solo un po’ più d’amore. 🙂

Vuoi mettere? 🙂 Penso che la cosa più bella di poter amare liberamente sia il fatto di poter fare tutte le sorprese e le cose belle che ho sempre voluto fare e non potevo. Mi vengono certe idee, a volte. Ed è così che mi ritrovo a Londra, da un giorno all’altro, a fare una graditissima sorpresa di compleanno con torte, striscioni, idee folli e stupende, e regali su regali. E ora torno a casa. Sto mettendo via le cose che mi sono servite per la sorpresa. Sta zitto. Sto zitta. E’ sempre così. Sai quella canzone dei Simply Red “Every time we say goodbye?” ecco, ogni volta è così. Una tortura. Quando finirà, non sarà mai troppo tardi. Sto cercando di chiudere la valigia e non ci riesco. Sono nervosa, triste, scorata, sull’orlo del pianto. Siamo, non sono… Vorrei un quadrilocale con terrazzo di 150 metri, sozzi all’inverosimile, da pulire. Gli chiedo di chiudermi la valigia e vado in bagno a fare finta di Dio sa cosa. Lo sento borbottare: “Ma tu proprio qua, tra la cerniera e la maniglia, dovevi mettere ‘sta cosa che non si richiude? Ma che è?” Faccio capolino dal bagno, espressione interrogativa, e lo vedo che combatte con qualcosa di colore verde chiaro. “Boh” gli rispondo e torno dentro. Mi devo vestire ora, altrimenti faccio tardi. E’ seduto sulla poltrona davanti al letto, col cellulare in mano. Mi inizio a vestire. Al terzo indumento mi chiede: “Belli spessi quei collant che hai appena messo, eh?” Ah, gli uomini. O quest’uomo? Sì, direi l’ultima. Quest’uomo. Ha questa capacità decisamente “british” di dire le cose in una maniera talmente capisceme ammè che, a volte, non so se ridere o piangere. E’ bello che ci si capisca subito, noi due. E’ bello che un uomo (in particolare, il mio uomo) riesca a dire qualcosa, soprattutto a me, senza farmi incazzare pur significando qualcosa che mi potrebbe davvero far incazzare come una belva sanguinaria, come questa qua che mi ha appena detto. Mi tiro su dal letto molto lentamente, sospiro profondamente, lo guardo con aria di sfida e rispondo con un fantastico sorriso: “No, non sono collant, amore; sono leggings e nulla li coprirà a parte questo maglioncino”. Silenzio. Lui ricomincia a giocare sul cellulare e io mi finisco di vestire. Usciamo e nulla è cambiato. Nulla. Sereni, felici di essere stati assieme, tristi infinitamente di essere, tra poco, lontani per chissà quanto e più amorevoli che mai.

Il giorno dopo, di ritorno dalla spesa, sono sotto casa. E’ buio. Sto cercando di aprire il portone e, con tutte le borse della Lidl che sto trascinando dal parcheggio, non ci riesco. Sento dei passi dietro e vedo, con la coda dell’occhio, un cagnone scodinzolare. E’ il cane dell’inquilino del sesto con il quale ho fatto amicizia e che mi saluta sempre con tanta gentilezza e qualche frase sulla vita e sulla gente. Siamo amici d’ascensore e di portone, io e lui, ormai. E lo sapevo che sarebbe arrivato perché è dall’inizio del marciapiede che lo sentivo parlare con il cane. Sicuramente mi avrà vista. Mi sposto per farmi aprire il portone e lo guardo. Fa una faccia sopresissima. “Ommamma, ma è lei?! Accidenti, a saperlo, mi sarei offerto di portarle i sacchetti!!” Non ho capito. Davvero non ho capito. “Scusi? Non ho capito…” Sorride e dice: “Essì, che da dietro non sembrava lei! Sono così tanti anni che la vedo da dietro e indossa sempre quei cosi là, che mettono le ragazzine e le donne che non vogliono fare le donne, ‘nzomma… capisce? E mò la vedo con la gonna e io mica l’avevo riconosciuta, al buio, da dietro! Ma mi dia il sacchetto, che le apro la porta, mi dia, mi dia!!!” Non so cosa dire a parte un: “Ah, per colpa della gonna…” Ti giuro, mi hai mai vista senza parole? Ecco, mi sa che quel giorno sarà grandinato a Granada, porcaputtana… Maddimmitè… Ero scioccata. “Eccerto, signora. Qua, le donne, non sono più donne. Io sono così felice che mia moglie è una donna che ogni volta che usciamo le dico sempre: tesoro, meno male che mi sono sposato attè che ti metti la gonna e sei una donna vera e fai piacere al cuore e agli occhi. E pure lei, mò, che l’ho vista con la gonna, è più donna, ‘nzomma, no?”

Non so se ridere o piangere. Nonostante quello che gli altri dicano di me, mi sono fatta venire il dubbio al pensiero di ciò che Djamel mi aveva fatto “gentilmente” notare. Mi avrebbe fatto arrabbiare se fosse stata una cosa religiosa. Non mi piacciono certe imposizioni, per quanto velate possano essere. Voglio essere libera di scegliere come vestirmi, senza nessuna legge che ne stabilisca i termini. Però, scesa dall’aereo, la prima cosa che ho voluto fare, quella sera, è stato di volermi guardare allo specchio senza sapere chi fossi, non so se mi spiego. E mi sono resa conto che quel legging, così amorevolmente e voluttuosamente avvolto intorno ai miei beneamati e duri a morire 83 chili, tanto bene non ci stava. Certo, avrei potuto metterci pure un maglione più lungo e pure degli stivaletti con un tacco più basso ma, alla fine della fiera, sembravo comunque e proprio solo una salamella di 52 anni con lo spago troppo stretto intorno al culo, alla panza e ai polpacci e, così, avevo deciso di provare a ricominciare a indossare le gonne, che tante ne ho e che altrettanto mi piacevano una volta. E tu guarda che succede. Tutto il giorno mi ero chiesta come mai avessi smesso di indossare le gonne. Come mai avessi smesso di indossare quei vestitini che mi piacevano tanto. Non lo so. Praticità, suppongo. Comodità. E la psoriasi. E il fottermene di voler essere donna, oramai. La psoriasi mi divorava le gambe fino a un anno fa. Ora non più. La voglia di scomparire mi divorava l’anima, fino a un anno fa. Ora non più. E così, alla fine, ho rimesso a posto l’armadio. Ho tenuto i jeans e i pantaloni di velluto a costine che mi piacciono tanto e male non mi stanno e ho riscoperto gonne e vestiti che non mi ricordavo di avere. Ora i leggings li metto in casa, per fare le pulizie o quando mi devo mettere qualcosa di comodo e veloce per scendere di sotto al bar a giocare la schedina del superenalotto; ma le gonne e i vestiti li metto ogni giorno, e mi piaccio un casino. E mi piace un casino. Bene, dunque, grazie a un compagno che mi fa notare le cose con amore e gentilezza ed a un vicino che me le fa notare senza alcun amore e per niente gentilmente, sono tornata a fare parte delle donne con le gonne, si sappia. 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...