Sabah el kheir

Si guarda i piedi e si chiede se ha fatto cosa buona a mettersi i sandali. Si risponde di no. Subito. Lo sa. E’ seduta davanti al letto dove lui ora sta dormendo, grazie a Dio. Di lato. Ieri mattina si è messa di lato, sulla sedia di plastica che il cognato aveva loro prestato per andare al mare, e là ha passato, praticamente, tutta la notte, accanto a lui. Un po’, però, lo ammette, ha dormito sul letto, con lui. La testa accanto ai suoi piedi, il braccio allungato sulla coscia di lui e la mano intrecciata a quella di lui che la stringeva forte. Poi il sonno li ha portati via, lontano da quell’inferno. Per poco, però. C’è stato un momento in cui si è alzata per sentire se il cuore gli batteva, nel buio della notte. Paura. Sbatte gli occhi per dimenticare e cambiare pensiero. Ora c’è il sole. Ondeggia lentamente le caviglie e vede che l’alone nero e untuoso che copre la piastrella del pavimento dell’ospedale si scolorisce. Muove di nuovo il sandalo da trekking rosso della Decathlon avanti e indietro e si rende conto che sotto il nero del zozzume c’è un colore bellissimo; quel porpora che tanto piace a lei. Le vien da piangere, ma non lo fa. Non ha pianto davanti a lui. Nemmeno un momento. E’ stata forte. Sua cognata le ha detto che tutto andrà bene. Lei non ci crede. Certe cose belle, soprattutto a lei, non possono capitare o durare a lungo. Non ci crede. C’è sempre qualcosa di brutto che l’aspetta. Non ci crede. E così è successo. Ora sta qua, in questo ospedale, accanto a lui, ad aspettare cosa, non lo sa. Non è un ospedale. E’ qualcosa che una volta deve davvero essere stato bello e utile per tante cose e tante persone. Deve essere stato bello. Devono averlo inaugurato, pulito, lavato, profumato, usato al meglio, dotato di attrezzature, onorato. Sì, onorato. Ora non più. Ora è solo il fantasma sporco, sozzo, lurido, puzzolente, vuoto, pieno di calcinacci e nauseabondo di un passato che non c’è più. Mentre lei guidava su per la collina, alle tre di mattina, ascoltando le sue indicazioni, le ha detto che lui è nato qua e che qua sua madre ci è morta. Ha fatto un pensiero folle, mentre girava a destra della Wilaya: non c’è due senza tre. Ha accelerato immediatamente per scacciare il pensiero del cazzo che le è venuto in mente e lui è rimbalzato sul seggiolino rantolando per il dolore. Fa caldo… oh, il caldo soffocante che fa arrivare il fetore dei gabinetti fino al reparto, non lo dimenticherà mai. Vede dei gatti selvatici entrare nella camera, alla ricerca di qualcosa da mangiare. Quello rosso, piccolino, salta su uno dei letti liberi con il materasso bucato e nero di chissà cosa e inizia a ronfare pacifico. Anche ieri sera è venuto. Lei gli ha fatto delle foto per ricordarselo. Vuole ricordare tutto. Tutto. Da lontano, poco lontano, ha visto le pulci che gli camminavano addosso. Le pulci sono facili da vedere. Le zecche no. Qualche volta sua madre ne trovava una su Pippo e l’ammazzava. Si è resa conto di una cosa: se pensa a qualcosa di completamente, assurdamente, inverosimilmente lontano dalla realtà nella quale Dio l’ha fatta precipitare negli ultimi due giorni, si sente meglio, molto meglio. Più lontana e assurda è, meglio è. Chiude di nuovo gli occhi, sospira e sobbalza quando sente la mano di lui che stringe la sua. Non dormiva. Gli sorride. Gli chiede se si è riposato un po’. Lui non risponde e sorride. Va bene così. Non abbiam bisogno di parole. Gli aggiusta il lenzuolo sotto la gamba che non può muovere perché ha fatto la coronarografia poche ore prima. Si appunta mentalmente di portare le lenzuola a casa oggi per lavarle e cambiargliele. L’ospedale non le fornisce e lui ha sudato e sanguinato tanto quella mattina. Le ha detto che a un certo punto ha visto sangue schizzare dalla sua gamba destra ovunque e gli aguzzini che chiamano infermieri correre avanti e indietro per cercare di tamponare. Si è perfino chiesto, prima di quasi svenire, perché non gli avevano fatto un’anestesia, le ha detto. E le ha anche detto che però è stato forte e non ha urlato. Le viene da piangere, o da urlare, ma non lo fa. Sospira, serra i denti, le mani a pugno e si appunta pure di andare a cercare su uno dei suoi libri di magia come fare per far crollare un ospedale in Algeria solo con il pensiero, se si può, senza far morire la gente che c’è dentro, così ne costruiscono uno nuovo più bello con gente che se ne cura, sempre se si può. Ha fame. Ha fame ma non vuole mangiare gli avanzi di ieri sera che già iniziano a imputridirsi dal troppo caldo. L’ospedale non dà da mangiare e le sue cognate si stanno dando il turno per pranzo e cena. Ieri sera un’infermiera è entrata nella camera chiedendo qualcosa a voce alta, in algerino. Lei non ha capito. Lui le ha detto di nascondere le bottiglie d’acqua immediatamente. Lei lo ha fatto, senza chiedere. L’infermiera si è fermata davanti al suo letto e gli ha chiesto qualcosa. Lui ha risposto “La, la” che sembra quasi una bella parola, se non fosse che vuol dire “no, no”; questo lei l’ha imparato da un po’ di anni, ormai. E poi, quando l’infermiera se ne è andata via sbuffando, le ha spiegato. L’ospedale non fornisce acqua ai malati e la ruba ai pazienti. Anche allora non ha pianto. Poi, con voce sommessa e triste, ha detto: “Ma perché Dio ci sta facendo passare questi momenti? Perché ci dà questi dolori? Perché ci sta succedendo questo? Cosa abbiamo mai fatto di male?” Le ha preso la mano, l’ha guardata quasi severamente facendo una smorfia mentre cercava di far entrare aria nei polmoni e ha detto: “Non peccare. Non mettere mai in dubbio quello che ci succede. Non lo fare mai. Se ci succede qualcosa, qualsiasi cosa, una ragione c’è e, anche se non la sappiamo, dobbiamo solo accogliere quello che ci succede, combatterlo, affrontarlo assieme e superarlo assieme. Tu sei qua, con me. Noi siamo assieme e assieme lo supereremo. Non avere mai dubbi. Non dubitare mai dell’operato di Dio. Lui sa. Fidati.” Io mi fido, lei ha pensato, però non è bello che ci abbia mandato qua, dove i cessi sono popolati da insetti sconosciuti, non hanno gli sciacquoni e la gente ci caga e piscia dentro a oltranza senza mai scaricare e lo scarico è fatto dalle feci e dal piscio di quelli che vengono dopo di te a cagare e pisciare e io ho i sandali e ci sono andata dentro per pulire l’unica padella del reparto che l’infermiere aguzzino mi ha dato ma che però era zozza di merda e piscio di qualcun altro e io l’ho pulita con le salviette umidificate per le zanzare che ho comprato alla Lidl ecco… poi… io in quei cessi ci ho fatto la pipì senza toccare nemmeno l’aria perché sennò me la facevo addosso e non sapevo dove andare perchè non capisco un cazzo di quello che dicono e almeno il cesso ora so dov’è anche solo per la puzza e il fetore che emana, ecco. Ha annuito, è stata zitta e gli ha stretto la mano. A volte è meglio stare zitti. Ieri mattina, però, non è stata zitta. Ha parlato con i medici in francese. Ha detto quello che era successo. Si è sbattuta come il tuorlo di un uovo per la maionese per far loro capire che col cazzo che se ne andava lontano da lui. Che la dovevano ammazzare prima di portarla via da quella barella sozza di sangue di qualcun altro dove lui stava cercando di non schiattare. Lo ha rassicurato, ha cercato di calmarlo, ha fatto finta che tutto quello che c’era intorno a loro fosse la normalità, ha perfino fatto qualche battuta con il cognato quando è corso da loro. Poi è arrivata la notte.

Ha fame. A casa, in Boulevard Millenium, ha lasciato l’orzo, lo yoghurt, i datteri e i biscotti buonissimi fatti dalla cognata. La cosa più imporante era mettere assieme le cose per lui. Ha tanta fame e sonno e sete. Ma sorride. Perché, almeno, sta con lui. Si, ha ragione lui. Combattiamo assieme. E fidiamoci di Dio che sa quello che è giusto per noi, anche se non lei è molto d’accordo. Almeno, non sempre. E allora si arrende e prega. Fa una preghiera bella che le ha insegnato la cognata, quando sono andate alla moschea venerdì scorso. Erano tutti così felici. Sembra milioni di anni fa. Sua suocera le aveva cucinato il vero couscous algerino. Prega. Sospira e prega. Recita una preghiera che dice qualcosa come il Padre Nostro. Quello che si ricorda di più è “liberami dalle tentazioni e da satana”. La dice forte forte, dentro di sè. La dice due volte. Ed è allora che sente una voce allegra in quell’anticamera per la barca di Caronte. Le sembra un sogno. La voce dice allegramente: “Sabah el kheir, Bonjour, Salam Aleykum!” Entrano tre giovani vestiti con l’abaya e una specie di coprigiacca di plastica con una scritta in arabo. Hanno in mano dei cestini da picnic antichi, che se lei li avesse visti al mercatino dell’antiquariato di via Novara, li avrebbe comprati per metterci dentro le piante grasse. E invece, custodiscono dei sacchetti bianchi con una scritta che lei non riesce a vedere bene da lontano e dei thermos. Distribuiscono caffè e croissant freschi di giornata ai malati, le dice lui; sono un’associazione benefica che l’ospedale fa entrare la mattina del venerdì, giorno di preghiera. Il loro è il primo letto all’entrata del reparto e il ragazzo si rivolge a lei che non capisce. Lui gli risponde che è italiana e non parla arabo. Questo lei l’ha capito. Lui l’ha detto a tutta la famiglia quando l’ha presentata e loro hanno sorriso con gioia e amore, come il ragazzo che le dà 2 sacchetti con dentro i croissant, due confezioni di Twix e due bicchieri di caffè. Lei prende tutto, incluso il sorriso di incoraggiamento di cui ha tanto bisogno, meno un caffè perché non lo beve. Ma soprattutto perché, magari, c’è qualcuno che lo vorrebbe davvero e se lei lo prende per educazione e poi lo butta, fa peccato, ne è sicura. Ora che Dio le ha risposto con un croissant, non può non ricambiare con un atto di gratitudine.  Lui non mangia il suo croissant e lo dà a lei perché sa che lei adora i croissant e sa pure che sta morendo di fame. Lui sorride. Lei pure. Non abbiam bisogno di parole. Lei addenta la pasta sfoglia un po’ stantìa come se fosse il cibo più buono del mondo, anche se tutto intorno a lei puzza di piscio e merda, e si volta dall’altra parte perché non è riuscita a tenere dentro il sacco una merdosissima lacrima di gratitudine.

E così, quando poi è dovuta andare a casa per prendere il cambio del letto e farsi una doccia, ha nascosto il sacchetto del croissant di lui nella tasca del caftano. Poi l’ha piegato con amore, quella sera, prima di metterlo nel quaderno che si era portata dietro per farsi dare le ricette dalle cognate alle quali Cracco & Co fanno milioni di pippe con le loro ricette stratosferiche.

Poi, ieri, ha riposto il quaderno tra i libri di cucina. Si è girata per tornare in camera da letto a disfare la valigia e ha sentito un rumore. Il quaderno era caduto per terra e ne è fuoriuscito il sacchetto. L’ha preso in mano così delicatamente, quasi a temere che si rompesse. Si è alzata, si è guardata intorno cercando Dio. Ha sorriso. Dio sa. Lui sa. Tu non dubitare mai. Non dubitare mai. Non perdere mai la tua fede. Mai. Perché Dio sa.

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