Elvis has left the building

I fans di Elvis non se ne andavano mai; anche, soprattutto e nemmeno dopo il bis. Aspettavano là, urlando, strepitando, battendo i piedi e strappandosi i capelli, sperando che lui tornasse. E così passavano i minuti, le mezz’ore, i tre quarti d’ora. Quelli degli stadi e dei teatri ne avevano così tanto i coglioni pieni che, un bel giorno, Elvis decise di far dire dai microfoni degli stadi e dei teatri, ogni sacrosanta volta che finiva un concerto (e pure il bis), questa frase: “Elvis has left the building” così che i fans si mettessero l’anima in pace e se ne andassero affanculo fuori di là, che la gente c’aveva da pulire e mettere a posto. Non è una cosa che mi sono inventata, è vera.

Una bambina, oggi, mi ha detto che non è possibile che tu sappia fare due cose così bellissime come cantare canzoni stupende e disegnare cose bellissime. Se sapesse che scrivi pure cose fantastiche, chissà cosa penserebbe. Le ho fatto vedere i tuoi disegni e le ho fatto ascoltare te che canti Sunday morning e Carnival town. Mi guardava estasiata. E io guardavo lei e mi chiedevo se è davvero successo. Mi chiedevo se è davvero successo che sei andata via, Lalinaamatadelmiocuore. Mi chiedevo com’è successo che un mese fa stavi qua e ora stai a Napoli, via da me. Volevo fare la figa. Volevo fare quella forte. Quella che le va bene così. Quella che “la vita è una merda”. Quella che si sente dire da un’altra madre che ha mandato la figlia all’università: “io non ci sto male, sai? non capisco questa cosa di starci male quando i figli se ne vanno. Sono conscia del fatto che ho fatto un buon lavoro come madre e, ora l’ho mandata all’università, sono felice per lei e pure per me che ci sono riuscita a farglielo fare. ho fatto un buon lavoro come madre, perché mai mi dovrebbe mancare? No, dai… che cosa stupida.” E allora ho pensato che ero una cretina. Che pure io volevo essere una buona madre che non sentiva la mancanza della figlia perché aveva fatto un buon lavoro come madre e aveva espletato al meglio e al massimo delle sue migliori capacità il suo compito e così ho detto che aveva ragione e che pure io non sentivo quella mancanza là, che ero figa come lei. Non si crede, lo so, ma io sono una influenzabile. Poi, stamattina, quella bambina mi ha detto: “Non ci credo! Non ci credo che possa fare queste due cose bellissime! Non ci credo! La voglio vedere dal vivo!” Era quasi incazzata. E allora mi sono resa conto che ero incazzata pure io.

No, non è possibile che tu possa fare due cose bellissime. Non è possibile. Non è possibile che io non ti veda e non litighi con te e non ti odori tutti i giorni della mia vita. Non è possibile. Non è possibile che sia riuscita a dirti, quel sabato mattina di merda: “Scappa, Lala. Scappa, vai via lontano da qua, vai dove vuoi andare, non guardare me che piango, non ascoltare tuo padre che bestemmia, fai la tua vita e non ti voltare mai indietro, Lala; non ti voltare mai, batata bulenta, giurami che non lo farai mai. Vai sempre più avanti che puoi, giuramelo.”. L’ho detto piangendo e abbracciandoti così forte che quasi ti spezzavo. E tu non capivi. Tu no, non capivi e spero che tu possa non capire mai. Non è dolore. E’ paura, è angoscia, è vuoto, è buio, è “e ora?”, è oddiomio.

Prima eri qua che dovevi andare alla Bicocca a fare psicologia. ‘Na roba serena e tranquilla. ‘Na roba che stavi a casa, con me. Poi, da un momento all’altro, l’esame di ammissione non lo passi al primo turno, tu vai in crisi, io ti aiuto a cercare le alternative e la fottutissima migliore alternativa è Napoli, in culo al mondo, lontano da me a studiare coreano e cinese nonostante il fatto che poi, in Bicocca, ti hanno subito presa. E vabbé.. Zitta, Rosa, zitta. Zitta e allora trovale casa, paga la tassa, organizza il trasloco, fatti insultare dal padre, da tua madre, da tuo padre, da chi non dice un cazzo, ma pensa che tu sia una cogliona a far fare a tua figlia il percorso all’indietro perché non è normale che da Milano si “torni” a Napoli. Lo so, lo so… Pensiate che non lo sappia, grandissima banda di stronzi decerebrati che non siete altro? Odio la falsità. La odio. Odio chi cerca di apparirmi amico, quando è palese che non lo è, da sempre.

Ho pianto solo quando sono tornata a casa, da Napoli; ho pianto pochino e mi sembrava abbastanza, tre settimane fa. E ho pianto tanto solo oggi, per la prima volta. Dopo che quella bimba m’ha detto che non è possibile. Non è possibile che io t’abbia dato tutta la libertà del mondo di fare e vivere le cose più belle del mondo e di svilupparle e di sperimentarle e di rinunciarle (sì, rinunciarle) e di sceglierle per poter fare la vita più stupenda del mondo, inchallah, per poi ritrovarmi qua, da sola, con due gatti isterici. Due gatti che, pure loro, sentono la tua mancanza; la gatta non sa più da chi farsi rincorrere per farsi fare le coccole. Abbi pazienza, Lala, ma col cazzo che tu le insegni a rincorrerla per farsi fare le carezze e io, mò, mi devo fare le corse per casa, ansimando con i miei 80 chili, mentre lei mi viene a miagolare, davanti e di dietro, per poi scappare, non appena mi chino per accarezzarla. ‘Fanculo pure lei perché, visto che devo coccolarla io, che mai prima l’avevo fatto, visto che lei preferiva te, mò il mio, di gatto (ergo suo fratello), mi piscia sul letto e sui tappetini del bagno per dispetto perché faccio le coccole alla sorella. Ma andate un po’ affanculo tutti quanti, và… 😦 Mia madre m’ha detto che ti avrei potuto impedire d’andare. Tuo padre mi maledice e mi accusa di averti fatto andare via perché volevo farmi i cazzi miei. Mio padre m’ha detto: “Ora impari”. Non ti dico gli altri. Gente di merda. Grandissima gente di merda. Non sanno che tu non sei una vittima. Non sanno che pure tu mandi affanculo. Non sanno che tu sai benissimo cosa vuoi fare nella vita. Non sanno che obbligare non è amare. Non sanno cosa mi è costato, i poveri stronzi. Loro ti hanno conosciuta da lontano. Io ti ho avuta dentro. Ti ho avuta dentro e non ti ho mai fatto diventare un mio satellite. Non ti ho mai fatto dipendere da me. Ti sei trovata casa da sola. Mi hai detto: “Mamma, resto tre anni a Napoli. Mi sembra stupido investire il primo anno per poi trasferirmi a Venezia” E meno male, ho pensato io, perché me parev ‘na strunzàt pur ammè, ma non volevo dirlo. Già, io sono quella che non dice molto, a volte. Sono quella che ha perso più di tutti e l’ha fatto senza dirti un cazzo, anzi. L’ho fatto aprendoti la porta e buttandoti fuori a leggerissimi calci nel culo. Sono quella che ha lasciato andare via più di tutti sapendo che, però, il ritorno sarà grandissimo perché la libertà di scegliere origina sempre cose bellissime cose. L’ho fatto anche se mi manchi.

Mi manchi, sì. E chissenefrega se la teoria della madre perfetta che lascia andare la figlia perché il suo compito l’ha esaurito, per me non vale. Sarà che non sono una madre perfetta, ‘fanculo; non sono perfetta in così tante altre cose che questa è proprio il minimo, che si sappia. Mi manchi. Cosa mi manca di te? Le cose belle di me. Ecco cosa mi manca. Per te, con te, io facevo le cose belle. Quando ami qualcuno, ti viene da fare cose belle e d’amore per renderlo felice. E così sei felice anche tu. Ti amo, Lalina. Ti amo come mai ho amato e mai amerò me stessa. Ci vuole poco a non amare me stessa, senza di te. E quei poveri stronzi non hanno capito che quella che ci ha perso di più, in quest’affare universitario, sono solo io. Ho perso la voglia di farmi cose belle facendole a te.

E forse, è arrivato il momento di farmi cose belle facendole a me, sì, lo so, lo so. Forse per questo piango. Perché non me l’aspettavo che succedesse così presto. O forse perché, ancora una volta, questo merdosissimo destino con la sua altrettanto merdosa ineluttabilità delle cose, mi porta a fare cose belle anche se non vorrei; stavolta, però, solo per me. E ancora una volta, vedi Lala?, è merito tuo. Ancora una volta, il bene che ne viene fuori, è per merito tuo. Avevo un male bestiale alla cervicale, prima di iniziare a scrivere quest’articolo e ce l’ho ancora. L’avevo, in realtà, da un mese. Rimane, nonostante il Brufene 600,  il Raxar, il Muscoril da 8mg, nonostante il fatto che tu mi hai sempre detto che non dovrei mai prendere medicine (e io ne prendo ancora di più ogni volta che penso a te che me lo dici), e nonostante il fatto che dicono che, piangendo, poi si sta meglio. A me no. A me rimane la cervicale con l’aggravante che ho pure pianto, ora, e meglio non sto. Cheppalle.

Sarà che avevo bisogno solo di piangere davvero e di capire davvero, da sola, che Elvis has left the building e che sarà meglio che esca da ‘sto cazzo di teatro e me ne vada per la mia strada e prepararmi per tutte le cose belle che questo fottutissimo destino m’ha riservato. Fosse anche solo per una ragione: ho guardato in fondo al tunnel e vedo la luce e tante altre cose, Lala. Vedo una marea di cose che mi devono succedere. Cose strane e bellissime e bruttissime che mi spaventano e mi attraggono allo stesso tempo. Cose che mi faranno ridere e piangere. Cose vicine e lontane da te e da me. Cose che, comunque, non cambieranno mai un’altra cosa: che tu sei mia, mia, mia, per sempre.

Mi hai appena chiamato chiedendomi di fare cose belle per te, proprio ora. Proprio mentre scrivevo “sempre”. Già, se ci penso bene, anche dalla Nordonia io posso fare cose belle per te che stai in Terronia (come dice tuo padre), e, allora, penso che, dopotutto, questo fottutissimo destino, tanto fottuto, a volte, non è e che, magari, devo solo adattarmi a questo nuovo ciclo, pregando che vada, per la maggior parte, bene sia per me che per te. E il resto è storia. 🙂

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