Il mondo addosso

Esco di casa facendomi il segno della croce, metaforicamente parlando, che è venerdì 17 e ho una marea di cose da fare in ufficio e tutti sembra che, se non gli fai quello che vogliono ora, finisce il mondo. Finisse davvero, penso, a volte. Vabbè. Mentre saluto Dino, il meccanico, guardo curiosa il tombino del gas e mi chiedo perché non l’ho mai notato in più di 20 anni che mi faccio ‘sto marciapiede (anche questo, metaforicamente parlando). Strani i tombini, penso, sono le porte di altri mondi. Che, se uno volesse, potrebbe nascondercisi per fuggire dai marziani, magari. Ah, dimenticavo, quel film l’hanno già fatto. Lascio il passo a una coppia giovane di singalesi che hanno già due bimbi. Penso che se non ci fossero loro a dare vita a questo paese fantasma, saremmo fottuti. Uno è appena nato. Il babbo cerca di mettere il più grandicello sullo scivolo che si può attaccare alla carrozzina e ne porta due. Il bimbo non collabora. La mamma, indispettita (e ti credo… ci avrà ancora i punti della sutura che le stanno pizzicando la patata) lo prende per un orecchio e lo fionda scaraventandolo di peso sul “coso” intimandogli qualcosa nella loro lingua tipo: “vedi di fare poco il pirla che oggi è venerdì 17 e te lo faccio ricordare per tutta la vita”. Il bimbo zitto e muto. Il padre pure. E poi vai a dire che comanda l’uomo. Non conosco il singalese, ma nella mia vita, ci sono stati tanti venerdì 17, pure di lunedì, martedì, mercoledì… quando Laura era piccola. E noi mamme ci capiamo anche se non parliamo la stessa lingua. Sorrido e li sorpasso perché, ora, è il turno del padre che, se la madre potesse, sono sicura, lo scaraventerebbe pure lui sul coso e, invece, lei gli dice qualcosa di perentorio, ma in maniera dolce e lui annuisce. Un passetto veloce e sono a metà strada tra me e la 63 che mi porterà sulla circonvallazione. Davanti a me succede qualcosa di strano. Una persona cade a terra. Un signore anziano cerca di afferrarle il braccio. Non ci riesce. Non è stata una caduta particolare. Una scivolata, forse. E’ solo che non li stavo guardando e non so come è successo veramente. So solo che li vedo. Quello in terra cerca affannosamente di alzarsi e non ci riesce. Sembra una di quelle tartarughe cadute a pancia in su, solo che lui, invece è a pancia in sotto ed è ancora più strano. Io metterei le due mani a terra, mi inginocchierei e, bestemmiando, mi tirerei su. Questo sembra non riuscirci e il vecchietto non capisce nemmeno, secondo me. Arrivo senza correre perché penso sia una cosa normale e, invece, vedo fiotti di sangue per terra. Il sangue è rosso vivo, vivo, vivo. Così rosso che mi fa pensare a una preghiera che uno spirito ci disse durante una seduta spiritica, quando le facevamo con Elsa e le altre, all’università. Non so perché ma lo spirito diceva che ognuno di noi aveva una preghiera speciale da fare. Che ognuno di noi aveva una preghiera con parole specifiche solo per noi da fare. E allora iniziò a dirle a una a una. Chissà se le altre se la ricordano la loro. Io ho sempre, da quella sera, detto la mia, almeno 10 volte al giorno, soprattutto la sera. Mai, mai, mai ho smesso di pregare. Mai. E allora la dico nella mia mente, mentre mi chino per capire che cazzo sta succedendo e chiedo se ha bisogno di aiuto. Mi sembra un uomo sulla quarantina. Capelli corti, longilineo, sangue che sprizza come quel porco di un zeus vuole dalla sua bocca e io che dico: “riesce ad alzarsi”? Ho fatto il corso per soccorritore sia per adulti che per neonati e bambini e ho pure i miei bei fighi diplomi perchè ho fatto sopravvivere tutti i miei manichini ma, te lo dico, mica mi sono venute in mente le pratica di salvataggio in quel momento, neh? Lo tiro su. Lo tiro su di peso con il vecchietto che ansima e mi chiede chi chiama il pronto soccorso. Io, dico, io… E prendo il cell mentre il sangue continua a scorrere e lo guardo in faccia e mi viene da piangere tutto d’un botto. E’ una ragazza di massimo 25 anni. Capelli corti. Denti strani. Come quelli della bambina che ne aveva quasi 50 e che le cascavano come foglie al vento. Quella bambina Down che conoscemmo quando stavo al Gaslini a tenere mia sorella che era paralizzata con l’artrite reumatoide. Le piaceva Dallas ed era innamorata di JR. Barcolla, mentre la tiro su. Non riesce a stare in piedi. Si tocca il labbro con la mano sinistra. Ha i capelli corti. Ha i capelli corti. Continuo a pensare che ha i capelli corti come Bebe Vio. In realtà, è uguale a Bebe Vio. Sta piangendo in maniera strana. Le lacrime le si sono allargate sotto gli occhi. Mi guarda spaventata. Mi chiede un fazzoletto. Io metto le mani in tasca e tiro fuori il fazzoletto di cotone di mamma con i fiorellini gialli usato da una settimana. Lei mi guarda e balbetta “non è che ha qualcosa di pulito?” lo chiede dolcemente, con paura e timore. Oddio, rispondo, ti prego perdonami, perdonami. Appoggio lo zaino sulla moto che qualcuno ieri notte ha parcheggiato là, non sapendo che sarebbe stata la testimone di questo bordello sanguinario di venerdì 17 novembre. Mi tolgo uno dei due bellissimi guanti grigi e rosa comprati da 2 giorni all’Oviesse e cerco disperata. Vedo Djamel che mi dice: “Non capisco perché ti ostini a portarti mezza casa dietro. Questa tua borsa pesa un quintale. Ma mica hai bisogno di tutta questa roba, no?” Non rispondo. Non rispondo mai a chi mi fa questa domanda del cazzo. Perché poi, rispondo quando mi chiedono: “hai una tachipirina? hai una molletta? hai una penna? hai dei giochini per i bambini? hai un asciugamanino PULITO di cotone bellissimo che la settimana scorsa ti sei chiesta perché te lo continui a portare dietro che, tanto, Laura non c’è più per lavarle le mani con l’acqua della bottiglietta da mezzo litro che ti porti sempre dietro?”. Dico di nuovo la preghiera, dentro di me, quando vedo l’asciugamanino. Lo dò tutta felice alla ragazza che continua a barcollare dicendo: questo è pulito, credimi. E lei lo prende. Grazie al Dio infinito e infinitesimale, lei lo prende e io non vedo più quel fiotto di sangue, mentre il vecchietto mi continua a chiedere se chiamo io oppure lui. Tutto con la sinistra. Fa tutto con la sinistra. E’ una emiparesi. E’ inciampata, dice, nel tombino, ed ha battuto con la bocca per terra, fracassandosela. Non vuole che chiamiamo l’ambulanza. Le tengo la parte paralizzata dolcemente per darle di nuovo equilibrio. Le chiedo se vuole che l’accompagni a casa. Dice di no, che tanto è vicino e che c’è una persona che la può aiutare là, che non c’è bisogno. La guardo dritta negli occhi e chiedo: sicura? Lei mi guarda e sta di nuovo per piangere. Non per me. Per il mondo. Per quel porco di un mondo contro il quale anche stamattina si era svegliata per combattere. Per il fatto che nessuno di noi capiva perché non si alzava come “uno normale” e lei non ce lo voleva dire. Come te lo spiego, stronzo, che sono paralizzata a metà e che esco di casa, ogni giorno della mia fottutissima vita, con il mio zainetto e i miei capelli corti che non posso tenere lunghi perché mica sono la pubblicità della “Libera e Bella” e devo lottare ogni fottutissimo passo della mia vita? Come te lo spiego che sono una diecimila volte più normale e coraggiosa e figa di te, ma mi faccio abbattere da un merdosissimo tombino perché, se casco, non riesco a rialzarmi? Come te lo spiego? Come te lo spiego che non voglio che mi accompagni perché, ti ringrazio e sei una figa, ma se mi accompagni, poi dici che sono cascata e magari non mi fanno più uscire e io, invece, voglio vivere? Come te lo spiego?” Mi ha detto tutto questo e di più, attraverso il mio asciugamanino rosso di sangue che beige non era più, in quei pochi secondi di: “Non si preoccupi, riesco ad arrivare da sola a casa, davvero, grazie di cuore, la prego”. Al “La prego” ho capito meglio, e le ho sorriso, le ho stretto forte il gomito e ho chiesto giocosamente, come se lo stessi chiedendo a mia figlia: “sicura, sicura, sicura?” Sono sicura che ha sorriso. Non l’ho visto, ma il cuore le si è scaldato perché gli occhi si sono riempiti di lacrime diverse. Ci sono diversi tipi di lacrime. Ma questa è n’altra storia.

L’ho lasciata dopo aver dato un ultimo sguardo al marciapiede. Quel tombino. L’avevo visto appena uscita, pochi minuti prima. Tombino assassino. A saperlo. Sangue ovunque. In quel momento mi sono ricordata di Laura che ha una cicatrice a destra della bocca perché una notte cadde dal letto. Aveva 5 anni. Non voleva staccarsi da me, dalla paura. Non sarei riuscita a guidare fino all’ospedale. Chiamai Marco che stava a suonare, per venirci a prendere e portarla in ospedale. Non venne. Restammo in ospedale tutta la notte. All’uscita dal Pronto Soccorso, dove ero andata a piedi con Laura in braccio perché non trovavo il taxi, andammo  al MacDonald’s e al Toys a spendere 200 euro di regali per consolarla. O consolare anche me? Le avevano messo i punti senza anestesia perché era impazzita alla vista della siringa e l’avevano dovuta legare alla barella con le cinghie di cuoio. Non lo auguro a nessuno. Da madre o paziente. A nessuno. Scendo dalla 63. Aspetto la 90 e inizio a piangere. Piango per lei. Per me. Per noi. Piango perché volevo portarla a casa, quella ragazza. Piango perché quel fottutissimo asciugamanino, alla fine, è servito di nuovo. piango perché è venerdì 17 e se questo è solo l’inizio, checcazzo… 😦 è meglio che mi ammazzo. Piango perché la gente non si dovrebbe fare male, dentro e fuori. Piango perché va bene così. E piango perché ho dimenticato il guanto sulla moto… cheppalle 😦

E ora sono nel letto. Sto facendo le mie preghiere. E prego per lei. Ho deciso di pregare per lei tutte le sere di quello che mi resta della mia vita. Lei non lo sa, ma io pregherò sempre per lei. E’ bello pensare che qualcuno non sappia che stai pregando per loro e che sicuramente gli farai del bene. Rende più forte la tua preghiera, secondo me. Mica deve essere saputa ‘sta cosa, no? Anzi… Più preghi forte, senza dirlo, più si riesce, secondo me. Pregherò che Dio la tenga in mano e non la faccia più cascare. Pregherò di incontrarla di nuovo e salutarla e darle un bacio Perugina (sì, pure quelli tengo, che scioccano e rendono felice la gente quando glieli dai così, senza ragione). Sono come quelle vecchiette che tengono le caramelle scadute in borsa da dare ai bimbi, just in case… 🙂 Pregherò per lei affinché un po’ del peso di quel suo zainetto nero, Dio lo dia a me da portare. Tanto, il mondo addosso, con questa cervicale perennemente infiammata, me lo sento già da sempre, da quando è nata Laura. Un po’ di più male non mi farà e se so che è per lei, ne sarò felice. Voglio che Dio non la faccia più piangere. Per favore, Dio, non la far piangere più. Faccio la mia preghiera e ringrazio Dio di avermi fatto passare un resto di venerdì 17 nella solita follia di vita normale. Faccio la mia preghiera…e penso che non vado in chiesa, non faccio tutte le preghiere degli islamici, ma mi sento la persona più vicina a Dio, in questo momento… fosse anche solo per il fatto che, da “pregante petulante” quale sono da sempre, ora gli sto tirando la tunica con tutta la forza della mia anima mentre dico:

“Pia Signora delle rose e di purezza, ti prego, aiutaci tutti. Sempre nel bene e mai nel male; dovunque noi siamo e qualsiasi cosa noi siamo. Sempre nel bene, e mai nel male. Sempre nel bene e mai nel male. Grazie. Amen”.

Sì, il mio Dio è una stupendissima donna. 🙂

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