Cardare la vita

Succedeva d’estate. E’ da qualche settimana, che non me lo levo dalla testa. Ogni volta che metto la testa sul cuscino di lana che mi fece zia Concetta 23 anni fa. Lei e lo zio Enzo facevano i materassai a Milano. E io ero appena tornata da Londra, nel 1995. Vivevo da sola in viale Umbria e lei mi regalò questo bellissimo cuscino dicendo: “Rosè, questo ti dura tutta la vita, azzìa. E’ lana bbona. Te l’avimmo fatto io e lo zio.” Zia Concetta è morta all’Epifania, quest’anno. Stava mangiando il piatto di pasta appena messo a tavola e, tutto d’un botto, davanti a zio Enzo e suo figlio, via… testa nel piatto e ciao. Non si è più svegliata. La morte migliore, dicono. Non lo so. Non mi ricordo come sono morta nelle altre vite e desidero sperimentare ‘sta cosa più avanti, onestamente. Solo allora ti potrò dire. Così, da quando sono tornata dal funerale, non ci ho smesso di pensare. A ‘sto cuscino che mi porto dietro da 23 anni, con una figlia, una separazione, un divorzio, 4 traslochi, qualche pesce, centinaia di piante, un cocomero cresciuto su un terrazzo milanese, un criceto, mille litri di lacrime, millemila ore di risate e due gatti.

E poi ricordo. Ricordo che, chi mi ha detto che è la morte migliore, accendeva la radio, metteva un lenzuolo enorme per terra e poi squarciava, letteralmente, i materassi beige a righe dai quali faceva fuoriuscire la lana. Io starnutivo e ridevo. Lei poco ci badava, intenta a svuotare e a ramazzare i fiocchi che rotolavano pigramente sotto il sole, grazie al vento di luglio. Ora capisco perché ne avevano 4, lei e papà, sul letto. Perché doveva farli a turno. Altrimenti, sai che figata, a sentirlo urlare, nel caso avesse dovuto dormire sulla rete? 🙂 Poi iniziavamo a fare il lavoro che sarebbe durato tutto un giorno, come minimo, dipendentemente dal sole. “Rosè, j’à fà accussì. J’à allargà à lana c’hè mman.” E io, diligentemente, tra una Signorinella pallida di Massimo Ranieri e una Gigliola Cinquetti che arrivava Alle porte del sole facendosi toccare di nascosto, l’allargavo: fiocco infeltrito e schiacciato dopo fiocco infeltrito e schiacciato. All’inizio mi divertivo, tirando con le mani a destra e sinistra i pezzi di lana polposi. Poi, mi iniziavo a rompere i coglioni (all’epoca non sapevo ancora che tale sarebbe stata l’espressione di ciò che sentivo dentro in quei momenti di afa, sudore e fili di lana ovunque sul mio corpo che mi pungevano come mille spilli…). Cercavo di scappare ma lei, puntualmente, mi veniva a riacchiappare e via, a godere di nuovo dei piaceri dell’essere la prima di 5 figli. Fino a quando, la sera (di quel giorno, o del giorno dopo), quell’ammasso di lana schiacciata e pseudo morta che ci si era presentata la mattina prima, si gloriava davanti ai nostri occhi stanchi, rossi, lacrimanti, ma soddisfatti, della sua eburnea e lieve “gonfiosità”. Poi lei rimetteva tutto dentro la fodera del materasso che, nel frattempo, era stata lavata e si era asciugata al sole cocente. E qui iniziava l’opera di cucitura prima del lato aperto e poi degli “affossamenti” (non so come si chiamano esattamente). Praticamente, con questo lunghissimo ago che sembrava una forchetta senza tre rebbi, infilava i bottoni di tessuto e poi li tirava forte forte da un lato all’altro del materasso che poi veniva fuori una roba bellissima di piccole valli di lana e cotone che si stringevano l’uno accanto all’altra con amore, per sempre, fino all’anno dopo. Non so quanti cuscini e materassi ho cardato con mia mamma. So solo che ricordo benissimo la sensazione di rottura di coglioni. E così… 

E’ il mio compleanno. Il mio 53° compleanno. Il 12 maggio 2018. Ho deciso che lo farò oggi. Ho deciso che poco me ne fotterà del mondo e che squarcerò, estrarrò, metterò al sole la lana a “rivivere”, laverò la fodera che pure lei si asciugherà al sole che farà rivivere i fiocchi di lana infeltriti e poi, cazzo, carderò, come fosse l’ultima cosa nel mondo da fare, prima di morire. Faccio la foto al cuscino. Devo fare tante foto perché, se tanto mi va, mi sa che non carderò mai più nella mia vita. Altri 23 anni, e avrò 76 anni, se pure io non schiaffo la testa nel piatto di pasta prima. E mica me ne verrà voglia di rifare ‘sta cosa che non facevo da almeno 45 anni? Lo scucio. Fa proprio schifo, devo dire, la fodera. Voglio dire… Guardandola bene, mica poteva andare avanti così, per altri 23 anni. Si, si… lo so. Ma me ne fotto e dico la verità. Non è zozza. Presenta… diciamo… segni di evidente sudatura di testa. E vabbè… Non è una fodera con cerniera. Mia zia l’ha cucita a mano e io la ricucirò a mano. Perché così dev’essere. Scucio il lato che è servito a mettere dentro la lana. Facile. Tiro fuori la lana, lentamente. Bestiale. Davvero… 🙂 sembra un’ammasso di roba schiacciatissima e infeltritissima. La metto sulla poltroncina del balcone, al caldo del sole. Sono le 10. La sbatto con il battipanni di vimini. E’ bellissima. Nonostante lo stato di schiacciamento, è bella bianca e pulita. Roba da matti. La lascerò a “rivivere” fino a sera inoltrata. Quando tornerò dalla comunità dove faccio volontariato e dove ho deciso di festeggiare, carderò… e che Allah me la mandi buona. Lavo la federa e la metto al sole. Quando torno, c’è l’ultimo raggio di sole del tramonto. Mi siedo sul letto, dopo aver steso una coperta bianca dell’Ikea e ci metto sopra la lana. E inizio a cardare. E penso a me. E penso che è bellissimo che stia cardando la lana del cuscino di zia Concetta. E penso che è uno dei compleanni più belli che abbia trascorso nella mia vita. Io e me stessa. Margherita mi ha mandato un messaggio: “spero che tu lo stia festeggiando con chi ami”. Ho risposto: “absolutely”. Amo follemente me stessa. Ma non perché io sia figa. Perché sono fortunata. Perché, nonostante tutto, sono davvero contenta. Sono la donna più felice del mondo perché mi è venuta questa folle idea di cardare un cuscino vecchio di 23 anni e lo sto facendo. E lo sto facendo con tutto l’amore, l’allegria e la gioia del mondo, il giorno del mio compleanno, dopo aver spento le candele con chi volevo io, dopo essermi svegliata all’ora che volevo io, dopo aver cazzeggiato quel tanto che basta, dopo aver fatto colazione con i miei gatti a mezzogiorno, dopo essermi fatta una doccia bellissima, dopo aver trovato con il pendolo il regalo che Laura aveva nascosto, dopo aver goduto del sole sul terrazzo della comunità assieme a Claudio e Rina che tutto avrebbero da fare meno che ridere e, invece, ci siamo fatti delle ghignate assurde. Allargo i fiocchi di lana lentamente. E’ bellissimo. Mi sembra di cardare me stessa, la mia vita. Mi apro e accolgo l’aria calda e l’ultimo raggio del tramonto che mi accarezza i piedi. Respiro a pieni polmoni. Starnutisco, come quando facevo da bambina, e rido. Godo dei fili che si spezzettano e si incastrano sotto la t-shirt e mi fanno male. Ne godo. Niente rottura di coglioni. Non più. L’ho voluto io, questa volta. Nessuno mi ha obbligata. Ogni fiocco che allargo diventa più bello che mai. E, con lui, io e la mia anima. Non smetto di sorridere. Sono fortunata. Sono la donna più fortunata del mondo. Sono libera. Libera di amare ed essere amata. Tanto, tantissimo. Sono circondata da amore, tantissimo amore. Sono fortunata, tanto. Allah, ti prego, proteggici. L’ammasso di lana infeltrita della mattina è diventato una enorme nuvola bianca, sul letto. Non smetto di fare foto. Cos’è la felicità? Ora lo so. Felicità è fare quel grandissimo cazzo che vuoi, quando vuoi, con chi vuoi, come vuoi, sempre nel bene e mai nel male, per amore, sempre e solo per amore. Tuo, degli altri, del mondo, ma sempre e solo per amore. Amo questa lana e i ricordi che mi porta. Amo mia madre che ha paura di prendersi l’ebola ad Arma di Taggia e che mi ha insegnato a cardare la lana. Amo chi mi ama ed è lontano. Amo chi mi ama ed è vicino. Amo un amore stupendo che ha resistito più anni di questo cuscino, nonostante la lontananza. Amo e sono riamata. Non amo per una emerita minchia il fatto che ho messo dentro la lana, ho cucito a mano a tre mandate, avanti e indietro, per almeno mezz’ora, il lato del cuscino da dove ho rimesso dentro la montagna bianca strasoffice, profumata di lavanda (mio tocco personale… 10 gocce di olio essenziale, prima di rimetterla in prigione…) e mò che sto cercando di fare gli avvalli come li fece la zia Concetta, non avendoci quell’ago lungo mezzo metro, ho usato un ago lungo un dito che usavo per ricamare e mò si è perso DENTRO IL FOTTUTISSIMO CUSCINO!!! Panico, orrore, oddio, Allah, aiutami tu… Non posso scucire tutto. Però, quant’èvvera la Madonna, se lo devo fare, lo faccio t’oggiuro… E invece, remesto un pochino schiacciando quà e là e il maledetto ago mi punge il pollice che, stoicamente, non versa una goccia di sangue e lo tiro fuori. Marò, che paura… Gli avvallamenti li faccio, sì, ma con cura, ora, piano piano per non far scappare l’ago che affondo con intenzione e forza. Non sono perfetti come quelli di zia Concetta ma, chettelodicoaffare… chissenefotte. E’ un lavoro stupendo. Continuo a fare foto. Sono felice. Sono felice. Sono felice. La musica sta andando ancora. L’avevo messa all’inizio. Spengo tutto. Metto il cuscino nella fodera bordeaux, lo metto giù, al suo posto. Lo guardo e… mi sdraio e ci appoggio la testa. Rido come una bimba. Rido… E sorrido e rido. Marò… Ma come si può? Cosa è che dicevo? Ah, sì… La felicità è… io. Oggi. Ora. Il resto? Il resto si vedrà.

 

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