Tanti piccoli girasoli…

Non li ho mai visti effettivamente spostarsi verso il sole del tramonto. Sono sempre passata con l’auto o il treno, ma non mi sono mai fermata ad osservarli. Non ho mai seguito le loro ombre sull’erba calda e umida Continua a leggere “Tanti piccoli girasoli…”

Paris, j’arrive!

Adoro i musical. Quando ero bambina ricordo che, durante le feste, la RAI ne trasmetteva sempre una marea. Il mio preferito? Gigi, seguito da My Fair Lady e Sette spose per sette fratelli. Credimi, li ho visti tutti e li ho tutti. Di tutti i registi, Vincent Minnelli, per me, è stato il genio dei musical. Ho avuto il coraggio, perfino, di portare Marco e Laura a vedere Sette spose per sette fratelli a teatro e ho fatto venire la malattia anche a loro… 🙂 Beh, Gigi narra la storia di un’adolescente che abita a Parigi, all’inizio del secolo scorso, e che viene “educata” dalla nonna (se non ricordo male) alla frivolissima vita parigina. La storia si evolve nel momento in cui un giovane, ricco e viziato francese (amico di famiglia, notoriamente un senza cuore che si sbatte a destra e a sinistra della Ville Lumière tra festini e festoni) si innamora di lei negandone l’evidenza quasi fino alla fine del film. La storia fu scritta da Colette; autrice che io apprezzo molto per altre opere (vedi le avventure di Claudine e la storia di Cherie). Ad ogni modo, il film è romanticissimo e bellissimo. Affascinante e vezzosa Leslie Caron con le sue labbra naturalmente e veramente turgide (testimonial antesignani dei canotti siliconati alla Valeria Marini). Romantico e fighissimo Louis Jourdan nelle vesti del duro-ma-non-troppo Gaston Lachaille. E che dire del mitico Maurice Chevalier nei panni del grillo parlante che si nasconde sotto le mentite spoglie di un timido Pigmalione emotivo? Oh, cosa non avrei dato per poterli vedere dal vivo… 🙂 Beh, il pezzo più bello del film? Tutto… 😀 Però, quello che ricordo di più è la fine: quando Gaston esce infuriato da casa di Gigi perché la nonna gli ha detto che marca malissimo (“A young girl who goes out with you is no longer an ordinary young girl or even a respectable young girl”…), 😀 😀 mappènsatè quante ne dice la  nonna per assicurare un futuro alla nipote. Clicca qua, se lo vuoi vedere. Ed è così che lui, per sfogarsi, attraversa a piedi una Parigi semplimente magica, all’inizio urlando e sbraitando e poi… e poi… come dice lui… e poi… Una parte di questa sezione del film sarà sicuramente stata registrata negli studios di chissà dove ma, molto altro di quei 10 minuti, sicuramente no. E’ così che mi sono innamorata di Parigi. Mai, però, ci sono andata. E allora, eccoci qua: i biglietti dell’aereo li ho presi, l’albergo l’ho prenotato e il mio francese quasi perfetto lo sto spolverando. A febbraio andrò a Parigi con Laura per un concerto di uno dei suoi gruppi coreani che mai verranno in Italia. Quando me l’ha chiesto non ci ho pensato due volte. Mi son detta che ogni lasciata è persa e così ora sto pensando che non so quanti posti vorrei vedere e “sentire”, ma ho solo 3 giorni e me li dovrò far bastare. Chissà se ritroverò il quartiere di Gigi.  Eh, lo so, lo so. Dicono che bisogna andarci con il fidanzato o il marito, ma che ci vuoi fare. Pensa che quando l’ho detto a Marco, qualche settimana fa, lui ha commentato: “Vabbè, se me l’avessi detto, sarei venuto anche io”. Ho risposto: “Mà, con tutto il bene del mondo che ti potrò mai volere, ma secondo te, ti buttavo fuori di casa per andare a Parigi assieme un anno dopo?” Siamo scoppiati a ridere e abbiamo convenuto che, se non potrò andarci a causa del mio lavoro, ci andrà lui al posto mio. Nel frattempo, incrocio le dita e non vedo l’ora di partire. Ad ogni modo, l’unica a goderne sicuramente sarà Laura perché, con me o lui, si divertirà sicuramente e, se un giorno ci vorrà tornare con il suo compagno, spero abbia un bel ricordo di quando ci siamo andate assieme. 🙂

Vacanze

Vacanze. Primo anno che non sono concentrata al 100% su Laura. Sanduni è venuta a trascorrere le vacanze ad Arma e, come a Milano, sono culo e camicia e fanno le prime esperienze da sole. Vanno a mangiare il gelato da Peccati di Gola che, a detta di Zio Giuseppe, se anche non ci fossero tutte le altre tremila gelaterie di Arma andrebbe anche bene perché Peccati di Gola li batte tutti. Vanno sulla pista ciclabile del Parco Costiero della Riviera di Ponente con la Graziella raccattata chissà dove e la nuova bici rossa fiammante che, secondo Laura, non è molto meglio della Graziella. Giocano a chi ride prima guardandosi negli occhi, sdraiate sul letto dell’albergo e quando ridono si sentono a chilometri di distanza. Ascoltano i Sex Pistols mentre disegnano o cazzeggiano e cantano le canzoni dei cartoni animati mentre le porto a Bussana Vecchia. Giocano a Uno fino a fondersi occhi e cervello e passeggiano sulla spiaggia pucciando i piedi nell’acqua fresca della sera. Le guardo e penso che è bello. Uno di questi giorni, prima che le ferie finiscano, voglio farvi conoscere questa zona; sia d’inverno che d’estate è un posto magico. Sì, è bello… Ci sono cose delle quali mi dovrei rammaricare, quest’anno, passeggiando tra i carruggi di Taggia e tornando indietro con i miei ricordi, ma poi le guardo, estasiate dalla storia di questi paesini medioevali adagiati sotto il sole caldo, tra le colline e il mare, e penso che nulla succede mai per caso e che devo solo avere fede; non so in cosa, ma la devo avere,,. Buon ferragosto a tutti. 🙂

Pulizia etnica

Da Wikipedia:

Un gruppo etnico o etnia (dal greco ethnos = “popolo”) è una popolazione di esseri umani i cui membri si identificano in un comune ramo genealogico o in una stessa stirpe e differenziandosi dagli altri come un gruppo distinto. Gli individui hanno spesso in comune cultura, lingua, religione, usi, costumi e alcune caratteristiche fisiche (tramandate geneticamente e dovute in parte anche all’adattamento al territorio in cui il gruppo vive).

Ho litigato con un bloggher qualche tempo fa. Più che litigato ho deciso di non frequentare più il suo blog perchè non mi era piaciuto come aveva preso un mio commento su Napoli (la sua e mia città) vista da lontano (Milano, dove lui e io abitiamo). Si rammaricava di averla abbandonata per venire a lavorare al nord (almeno, questo si capiva da quello che diceva). Io? Io ho commentato in maniera cruda che, secondo me, tutti coloro che sono onesti e buoni dentro e lasciano Napoli (o qualsiasi paese della Campania o della Sicilia o della Calabria o della Puglia o simili) dovrebbero poter venire al nord per, diciamo, due o tre anni “senza dolore” stando benissimo e senza dover soffrire del distacco perchè poi dovrebbero poter tornare indietro, dopo che si è fatta pulizia delle mele marce che hanno lasciato là. Dovrebbero poter rimanere qua e vedere quanto è diverso e stare bene qua, solo per un pò, senza rammaricarsi. Dovrebbero poter lasciare là solo i mattoni e gli stronzi e le stronze che profittano, rubano, ingannano, ridono, ingrassano, smerciano, godono e crescono sulla pelle della gente onesta e normale che vuole solo una vita onesta e normale ma che non riesce a farla perchè il potere e i soldi e le conoscenze sono sempre più forti di coloro che non vogliono fare le cose in maniera illegale. Una vera e propria etnìa sono, per me, quelli della camorra, ‘ndrangheta, mafia e via dicendo; una vera etnìa. Il mio commento ha originato astio perchè, nel dirlo, ho utilizzato un’espressione: “pulizia etnica” che lui ha specificato di non voler mai più vedere sul suo blog per le ovvie ragioni che tale espressione dovrebbe richiamare. E perciò, onde evitare casini, ho preferito non andare più su quel blog.

Ora, una settimana dopo essere tornata da Napoli, vorrei tornare su quel blog e dirgli apertamente che sono ancora di più convinta di quello che dicevo. Ho visto tutto e ho parlato con la gente, gli amici, i parenti. Sono stata a Napoli dai miei amici, a Cicciano e a San Martino Valle Caudina dai miei parenti, ho preso la circumvesuviana, la metropolitana e ho camminato per chilometri. Mi sono guardata ogni paesino che attraversavo con il treno, andando da mia zia, lentamente con amore e con disperazione. Ho visto ovunque la stessa cosa e i miei sentimenti non sono cambiati, anzi. Ho vissuto momenti di nostalgia assurda quando sono passata da Via Belvedere e ho visto il mio ex-palazzo. Mentre passeggiavo in Floridiana pensavo che la parte finale della mia vita mi piacerebbe finirla a Napoli, se potessi. Mentre la metropolitana mi riportava alla stazione Garibaldi e la funicolare in piazza Amedeo pensavo che se solo avessi la possibilità di fare il lavoro che faccio qua e se mia figlia avesse almeno 10 anni in più a me non mi fermerebbe nessuno dal tornare a Napoli, nemmeno le belle parole e i pensieri aulici di chi parla parla e poi non fa una mazza. Al mercato ho avuto la tentazione di comprare il pesce per portarlo a casa e cucinarlo, come faceva una volta mia mamma, ma mi sono ricordata che stavo in albergo… 😦 Sentivo la gente parlare e il mio accento è ritornato quello napoletano, in un attimo, come se una chiave fosse stata inserita nella toppa giusta dopo le ennesime prove sbagliate. Mi sono seduta su un gradino, nel silenzio di Via Donizetti e quasi mi è venuto da piangere a guardare il mare. Volevo fare la spesa, volevo tornare a casa a guardare la televisione e incazzarmi perchè i ragazzini con i motorini fanno sempre casino in piazzetta Fuga fino alle 4 di mattina, volevo andare alla Feltrinelli e fare incetta di libri da leggere la sera, volevo andare da Bellavia e prenotare le paste per domenica dopo pranzo, volevo andare da Genovese in via Cimarosa a comprare le mozzarelle da mandare ai miei amici e non da portarmele io a Milano. Volevo tornare là. Volevo vivere là. Volevo rimanere là. Volevo tornare a casa mia a via Nazionale delle Puglie a Casoria o a casa mia a Materdei o ai Camaldoli. Volevo ma non posso. E allora? Allora rimango qua con questo buco nello stomaco perchè, qua dove sono, mi ci hanno portata e io non volevo venirci e lo strazio di lasciare la mia vita, i miei amici, i miei parenti, i miei amori, quando avevo 10 anni, non lo auguro a nessuno; a nessuno e a chi mi dice che non devo dire “pulizia etnica” perchè non gli piace il termine io dico solo una cosa:

1) nel mio blog ce lo scrivo quanto, quando e come mi piace

2) guardati dentro e ditti la verità perchè se non ci fossero “loro” a Napoli tu, qua, non ci staresti e nemmeno io e nemmeno tanti altri milioni di emigrati del mondo perchè “loro” sono un’etnia, che ti piaccia o no.

3) non è poi così brutto accettare la verità, fosse mai che ci cambia la vita in meglio

4) loro sono anche qua, solo che non si vedono? Sarà, ti rispondo io, ma qua si vive decorosamente e una poveretta di 80 anni che prende solo 300€ di pensione al mese non deve pagare 100€ al mese per dei farmaci salvavita, tu mi sai dire perchè?

5) te lo dico io: ce n’è di meno.

La vecchiaia è una brutta bestia

Lo dice sempre, mia mamma. Lo diceva pure quando non era vecchia, saggia donna che è lei. Mentre entro nel megastore di via Lorenteggio mi viene in mente questo detto e quasi  sento, accanto a me, la voce di mammà che mi intima di ricordarmi questa cosa. Sto di pezza. 😦 😦  Ho un mal di gola cattivissimo, un raffreddore strano che non si vuole sbloccare, un mal di testa assurdo che mi prende proprio nel mezzo della fronte e, assurdamente, mi si allarga nelle orbiti per poi rientrare giusto giusto ai limiti del setto nasale. Un bellissimo rombo di dolore, oserei pensare. Me sent còmm à ‘na caccavella struppuliàta c’à cuciùt tropp, if you know what I mean. Tant’è che, alla fine, paventando l’approssimarsi della condanna para-influenzale, ho fatto incetta di zuppe, creme, brodini e simili per un totale di 25€ all’Esselunga di piazza del Rosario e poi mi sono diretta qua con l’intenzione di comprarmi qualcosa di caldoso e morbidoso da indossare sotto il piumone dell’Ikea, mentre fuori imperversano la neve e il gelo, sapendo già che mi metterò in malattia perché se mi sento ora così, figurati domani. Le luci abbaglianti del negozio e le musichine di Natale mi accolgono al piano terra. Procedo sicura e con l’intenzione di starci pochissimo, ma… Lo so, lo so, non l’avrei dovuto fare, lo so. Beh, fatto sta che mi sono attardata nella zona “Intimo Donna” e là mi è cascata la mascella. C’erano dei completini stupendi di pizzo nero, pizzo rosso, trasparenti, semi-velanti, con quei merletti così sfiziosi che solo al vederli ti viene il solletico e il sorriso. Negli anni, ho comprato completini che, solo al vederli, ti andavano gli ormoni in orbita. Mi piacciono, sono una femmina, che ci posso fare? 😉 C’erano dei tanga rossi con un esorbitante ciuffo di pelo di struzzo davanti e dei brillantini dietro che ho accarezzato lascivamente per un bel po’, lo ammetto. Lo sguardo, poi, mi si è bloccato davanti a un baby doll di, come ti posso dire, niente e tutto. Il voile sottilissimo era così leggero, così volatile, così sexy, così rosso e trasparente con quei bordini di velluto che lo rendevano ancora più friccicoso ma serio perché il velluto, si sa, è un tessuto serio, neh! I miei occhi si sono fermati sulla parte superiore, dove un coraggiosissimo fiocchetto, sempre di velluto e brillantini, teneva assieme due lembi triangolari che stavano là solo per bellezza, ammettiamolo. Marò, che bello che era. Ah, che Capodanno si trascorre con un baby doll così, neh? E vogliamo parlare della mutandina? Beh, un perizoma così, poteva stare solo con quel baby doll e non lo sto a descrivere, che son stata già troppo esplicita con il pezzo di sopra. Ebbene sì, lo ammetto! L’ho cercata. Ho cercato la mia taglia; sia del sopra che del sotto. L’ho trovata e l’ho ben stretta in mano. Oh, che gioia comprare cose così frivole e lussuriose pregustandone l’utilizzo a Capodanno, tiè! 😀

Già.. Sì… Hmmm… 😦 devo mandare una lettera al direttore di questo negozio dicendogli che è anticostituzionale (come dice il mio capo) installare gli specchi sul percorso verso le casse. Perché? Perché, inavvertitamente (o no..) sono passata davanti a uno di questi e mi sono vista. 😦 Cappello da aviatore con il rinforzo di pelo dentro; occhi iniettati di sangue a forza di starnutire, schiena ingobbita dal freddo nel pesantissimo piumino d’oca che mi riscalda il corpo dolorante, naso rosso e sfatto, tre fazzoletti di carta in una mano e il baby doll nell’altra. Mi è venuto un flash uditivo. Ho sentito mammà che mi diceva: “Rosè, ma tu addò cazz vuò ì cu stu cos russ?!” Già.. 😦 Io e Laura, a Capodanno, siamo sempre da mia madre. Marco va sempre a suonare per lavoro, a Capodanno. E allora io vado da mia mamma. Noi tre festeggiamo assieme, da ben 13 anni, il Capodanno. Aspettiamo trepidanti (si fa per dire) la mezzanotte perché alle 19:30, come nei migliori ospedali, già abbiamo finito il cenone di pesce mischiato al cotechino con le lenticchie al quale mammà non rinuncia mai, che di soldi c’è sempre bisogno, dice lei. Aspettiamo la mezzanotte tra una tombola e l’altra e ridiamo come delle pazze per le liti di Laura che bara a scopa e mamma che la insulta. Esattamente allo scoccare della mezzanotte (non un minuto prima e non un minuto dopo, sennò mamma s’incazza e dice che non avremo fortuna), ingurgitiamo in fretta, con il bicchierino di spumante dolce, i 12 chicchi d’uva bianca e i 3 datteri che mi fanno schifo dai quali bisogna poi, prontamente, togliere i noccioli e sostituirli nel portamonete con quelli dell’anno scorso (sennò, pure questo, dice lei porta sfortuna). Poi, spariamo i botti comprati all’Esselunga che aumentano ogni anno in quantità dato che mamma e Laura litigano come delle pazze perchè, ogni anno, mammà dice “che me ne fott ammè d’è botti?” e poi li ruba tutti e ce li scoppia in un attimo e noi la insultiamo ridendo. Accendiamo le nostre stelline di Natale dopo averle piantate nei vasi del balcone (solo il giorno dopo ci accorgeremo che l’ennesimo cactus si è sacrificato per la causa del Capodanno) e poi, distrutte dall’eccitazione, alle 00:20 esatte, ce ne andiamo a nanna. Conclusione? Ho sorriso. Mi son messa a ridere come una scema e il baby doll è stato prontamente rimpiazzato da un pigiama in flanella scozzese con la sua maglietta di cotone al 100% che, a una certa età, si sa, il sintetico non va più bene e la sua bella vestaglia di velluto (ah, a quello non rinunciamo però, neh?!) che ti copre fino alla punta dei piedi. Vabbè, che ti devo dire? La vecchiaia è proprio una brutta bestia e….

Buon Anno

Ci vediamo al Cantagallo

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Una delle cose che amo di più delle vacanze o degli spostamenti in genere (me lo insegnò Elsa) è il viaggio in sè. A parte l’eccitazione per la destinazione e quello che ti darà, di conseguenza, il viaggio, in sè, è una continua scoperta e, forse, la cosa che ti arricchisce di più. Lasciamo perdere la retorica sui ritardi, le code, etc… In questo viaggio con i miei colleghi (gentilmente offerto dalla direzione) verso Sarteano (Toscana) che ha visto riuniti l’ufficio di Roma con quello di Milano per festeggiare assieme il vicino Natale ho scoperto due cose bellissime. All’andata ci siamo fermati ad un autogrill toscano e, sorpresa delle sorprese, nel bidone che doveva contenere la sabbiolina che si usa per spegnerci le sigarette, gli ingegnosi toscani ci avevano messo i fondi di caffè! 🙂 Dimmi tu se questa non è inventiva e riciclo all’ennesima potenza! Bellissima idea che, non appena riesco a mettere assieme un pò di fondi di caffè (visto che non ne bevo…) adotterò, promesso! L’altra è la frase: “Ci vediamo al Cantagallo”. Mò, tu non mi chiedere esattamente dove stia ma, al ritorno, il nostro capo (che guidava) ci dice: “Ci fermiamo al Cantagallo” come se fosse una cosa che sapevamo tutte e tre (io, Laura e Stefania). Beh, lui ci spiega, il Cantagallo, per chi si appresta ad andare al sud è l’ultimo posto per fare rifornimento o pipì (scegli tu) prima di avventurarsi sopra gli Appennini mentre, per chi sta venendo su, è la prima vera e propria sosta dopo un’estenuante serie di curve e orecchie che si stappano e si ritappano a causa del saliscendi appenninico. Tutti, dice lui, negli anni ’70 e ’80 partendo in comitive, si davano appuntamento al Cantagallo (area di sosta, neh? :-D) dove, curiosità simpatica, c’è l’Autogrill e pure una chiesetta contornata da decine di panchine e tavoli dell’area picnic!

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Beh, pensa tu, ci siamo detti, è giusto! I cellulari, all’epoca, non esistevano e si aveva bisogno di punti di riferimento, no? 🙂 Ecco, questo viaggio mi ha davvero arricchita. E mò chi se lo scorda il Cantagallo? 😀