Lo yoga ti fa bella

Erano anni che volevo farlo. Da sempre, però, penso che ogni momento attenda, pazientemente, il suo momento e così, ho lasciato fare alla vita e alle sue cose. Un giorno di qualche mese fa, incontro per strada una mia ex collega. Si inizia a parlare. Dice che è una fanatica dello yoga e che lo trova fantastico. Penso che questo è il segno del mio destino. Mi faccio dare il suo cell e le dico che, magari, un giorno la chiamo per farmi spiegare bene come funziona e capire quale sarebbe adatto a me. Su internet è vero che trovi tutte le informazioni che vuoi ma, per una cosa del genere, non ti puoi affidare a Wikipedia. Devi “sentire” con la tua anima cosa è giusto e cosa no. Beh, a settembre l’ho chiamata e le ho chiesto di vederci per pranzo. La settimana dopo stavo facendo yoga. Ti dico solo una cosa: hai mai visto quel film intitolato “Una settimana da Dio”? Beh, quando sono uscita da quello scantinato dove ho fatto yoga per la prima volta nella mia vita, ero così: http://www.youtube.com/watch?v=CmSu2ENJL8A. Yoga non si può spiegare, si deve fare e basta. E non si sta fermi a dire “ohm….” con aria rintronata, anzi, ti muovi e i muscoli li usi eccome! A proposito, la ragione per la quale ho deciso di andare allo Yoga Marga di Via Cacciatori non è perché sta dietro casa (e la prima volta sono pure stata capace di perdermi, per arrivarci…. 😀 ), non perchè è piccolino e comodo e non è perché non è costoso… L’ho scelto perché la donna che mi ha risposto al telefono, mentre le dicevo di cosa avevo bisogno e cosa pensavo di poter ottenere dallo yoga, mi ha detto: “Noi non vendiamo lezioni di meditazione. Quelle sono una truffa. Non si può insegnare a meditare. E’ come se io pensassi di poterle insegnare a pregare quando è da sola in chiesa, con Dio. Lei sa come pregare? Allora saprà come meditare, alla fine di ogni lezione di yoga che faremo assieme. Io non insegno a meditare, io pratico yoga con lei.” Già… e così è stato. La maestra è una persona gradevole e disponibile e l’atmosfera davvero bella e come me l’aspettavo. Nonostante le cose brutte della vita, quando vado là, sto bene e non vedo l’ora di sfidare i miei muscoli, sentire la mia schiena inarcarsi verso la terra, respirare profondamente e sentirmi, finalmente, meglio con me stessa, senza nemmeno aver fatto un gol a San Siro (non so se mi spiego)…

La vita che vorrei

Vocali e consonanti. Cosa mi manca di più? Le nuvole. Stavo con lei in darsena, qualche giorno fa. Ad Arma, in darsena, è troppo bello dopo pranzo. La gente sta chiusa in casa, a fare la siesta come nei paesi del sudamerica, soprattutto d’estate, perchè fa un caldo boia. Io e lei, invece, spesso usciamo e andiamo in darsena. Lei siede e legge o parla con le sue amiche al telefono. Io, invece, Continua a leggere “La vita che vorrei”

In my craft or sullen art…

Ci sono momenti in cui una canzone entra per caso nella mia vita e, come tutte le altre che l’hanno preceduta, ci resta per ore, giorni, settimane, mesi fino a quando non ha terminato il suo compito con me. Hanno un compito con tutti noi, sempre. Le canzoni, la musica, i libri, le poesie, le frasi, i proverbi ci incontrano, ci accompagnano, ci danno qualcosa che ci serviva in quel momento e poi vanno via, a compiere il loro lavoro con qualcun altro. Hai momenti speciali (belli o tristi) legati a musica, parole, frasi. Tutti noi li abbiamo. Fai sempre attenzione alle parole delle canzoni, tesoro mio, sempre… Sono in salotto ad ascoltare “Both sides now”. Mi sono scaricata 18 versioni di questa canzone e continua a bucarmi il cervello, il cuore e l’anima.  Sono così. Quando mi devo fare del male, preferisco farmelo subito, magari piano piano, ma me lo faccio subito così, almeno, il momento della guarigione si avvicina, almeno spero, sempre di più; attimo dopo attimo. Sta per finire quest’anno. Non lo posso definire un anno terribile. Certo, però, che è stato un anno che se una come me avesse avuto un po’ meno di forza d’animo, mò starebbe certo a guardare le grate di un manicomio o di una prigione, scegli tu. A marzo ho deciso che il mio matrimonio era finito… o fallito? A luglio ci hanno detto che la nostra ditta ci avrebbe venduti. A settembre si sono resi tutti conto che Berlusconi, come tutti i suoi amici di dx e sx, si sono fottuti l’Italia e gli italiani. A ottobre ho dovuto disdire casa perché da sola non ce la facevo più a mantenere l’appartamento nel quale abitavo da 15 anni. La solitudine del cuore, nonostante la mia scelta, è dura da accettare, ma vado avanti. Meglio sola che male accompagnata… o diversamente accompagnata. Le illusioni. Questa canzone parla delle illusioni. Le illusioni delle cose che vedi da un lato, quando sei felice, e da un altro, quando non lo sei. Mi sto quasi deprimendo e quasi quasi mi metto a piangere. Cheddupalle… 😦 Certo che se avessi messo “Copacabana” come sottofondo, mò non sarei così triste. 🙂 Pure questo va bene. Pure nei momenti di merda riesco a trovare il sorriso. Come faccio? Non lo so… Sarò bipolare chettidevo dire… Penso a Maria che ieri mi ha detto che il marito l’ha chiamata sul cell per chiederle cosa era successo al gabinetto. Lei esterrefatta non ha capito la domanda e lui le ha mandato un mms: era esplosa la tazza del cesso proprio quando nessuno era in casa. 😀 😀 Ecco, la canzone è triste, ma se penso a Maria e alle battute che ho fatto quando me l’ha raccontato (Uè, Marì, ma chissà, allora che caxxx mangiate in famiglia tua per mollare delle bombe del genere nel vostro cesso…) poi tanto male non sto. Poi, penso che il mio bagno non mi piaceva perché non avevo la vasca però è una rottura di palle pagare quasi 9.000€ per traslocare e rimanere in affitto… E nessuno che mi aiuta. Non ho un uomo vicino che mi dica: “Non ti preoccupare, metto a posto io. Me ne occupo io, stai serena.” Nessun uomo che mi mandi un mms per dirmi che il cesso è esploso e che, magari, se lo vada pure a ricomprare e a rimettere, il cesso nuovo. Non è una novità. Non ce l’ho mai avuto un uomo che mi dicesse una cosa del genere perchè ho sempre fatto tutto io. Vabbè, lasciamo perdere gli uomini, penso, mentre sto scrivendo e ascoltando Joni Mitchell che dice che se l’è presa in quel posto per l’ennesima volta e che finalmente ha capito che non ha capito una bella mazza di niente della vita, dell’amore e delle nuvole. Scrivo e suona il campanello. Apro la porta. Lei, in lacrime. Si siede davanti a me, sulla bella e comoda poltroncina che avvolge chi ci si siede, tra le fiamme delle mie candele e gli effluvi del mio inceneritore degli olii essenziali di arancio, cannella, zenzero e chiodi di garofano. La quinta versione di Joni va avanti mentre abbasso il volume. Continua a piangere. Non ci siamo dette nulla. Ah, che disastro. Sembra uscita da un tritacarne emotivo. Vado a prendere i fazzoletti di carta in bagno mentre, con la coda dell’occhio noto che si sta rannicchiando nella poltrona. Un bicchiere di vino; ci vuole un bicchiere di Falanghina. Poso i due calici sul tavolino di vetro che mi regalò Anna e mi accomodo sul divano, davanti a lei. Continua a singhiozzare. Marò, che serata che mi aspetta. Siamo messe bene… Le lascio il tempo di prendere fiato. Mi guardo intorno: le decorazioni di Natale sono ovunque. Quest’anno ho esagerato; le ho messe perfino intorno alla porta del gabinetto. Quello stesso gabinetto il cui cesso non è ancora esploso. Hmm, me la tengo per ultima, per farla ridere e poi, magari, le faccio pure vedere la foto dell’mms che mi ha mandato Maria. Sarà l’ultima volta che vedrò questa casa decorata. Le luci di Natale, fuori, sono più belle che mai. La signora che l’anno scorso non le aveva messe, perché il marito era morto, ora ha tirato su la sua bellissima tenda di luci. Sembra una cascata di luci d’oro. Bella. L’anno prossimo non la vedrò più da così vicino. Tira su con il naso. Mi alzo e le appoggio un plaid sulle spalle. Sorseggia un goccio di vino; le sorrido e inizia a parlare. “Mi ha mentito. Non ha avuto il coraggio di dirmi che non mi amava più da tanto tempo. Si era nascosto dietro il “senso di colpa”. Ma ti rendi conto? E il modo. Se tu sapessi. Sembrava che non aspettasse altro. Per liberarsi di me. Oramai era tanto tempo che ne avevo il sentore. Non era più carino con me, non mi faceva ridere, non mi toccava con passione, anzi, sembrava gli facessi schifo… Così gli ho chiesto: ma che, forse non mi ami più? Oh, se tu sapessi! Ha subito preso la palla al balzo e ha detto che è proprio così.” Piange.

Dì, hai mai visto Monsters, il film della Disney? Quello dove si usano le risate dei bambini, alla fine, per ricaricare le centrali elettriche della città? Ecco, se si trovasse il modo di utilizzare le lacrime di tutte le donne disperate del mondo, stai sicuro che mai (e sottolineo MAI) ci sarebbe la crisi energetica.

Piange come una bimba e io, scusami, non ho il coraggio di abbracciarla. Non ci riesco. Lo sanno tutti che faccio un po’ di difficoltà ad abbracciare e baciare la gente quando sta male. Solo la gente, non Laura, bada. Laura l’ho abbracciata e baciata e coccolata così tanto e sempre (oltre che nei momenti del bisogno) che, a volte, mi dice che sono una cozza. E’ una cosa strana. Ma perchè, mi chiedo, sono così “aiutevole” con tutti e poi, nel momento del crollo, non li riesco ad abbracciare? L’unica cosa che penso, in quel momento è: se fossi io a piangere e distruggermi il cuore, vorrei che nessuno mi abbracciasse. Nessuno. Vorrei abbracciarmi da sola, se potessi. Non troverei sollievo negli altri abbracci. Ed è così che non li abbraccio, almeno, non fisicamente. Li guardo e li abbraccio con il cuore e lo sguardo. E vabbè…  Le vado vicino e le faccio una carezza sulle mani che tremano. Guardo la mano sinistra. Porta ancora l’anello. Quell’anello. Chissà se lo toglierà mai, penso. Ricomincia a parlare singhiozzando: “Sono stata io che gliel’ho detto. Gli ho detto: ma non è che non mi ami più e che ti faccio pena e non hai il coraggio di dirmelo? Non è che non provi più niente per me e ti senti solo in colpa e non sai come dirmelo?  Sai cosa ha fatto? Ha detto che è vero e che se non ci fossi io a capire certe cose…  Mi ha perfino chiesto scusa per avermi mentito ma neppure lui lo sapeva. Oh, Dio! Se tu sapessi il male. Come si fa? Come si fa? Come si fa a dire a una cosa del genere?! L’ho buttato fuori di casa, no? Gli ho messo i suoi quattro stracci nella valigia e gli ho detto che se ne poteva andare e lui, non ci crederai Rosa, se ne è andato! Come si può, come… Oh, ti prego, aiutami…” 😦 Oh… beh… I fazzoletti qua non basteranno mai. Mi sa che sarà meglio che inizi a prendere la carta igienica. Meno male che comprato quella a 500 strappi della SMA. 😦 Le accarezzo la testa e mi accovaccio a terra, davanti a lei. “Ha aspettato che lo facessi io. Ha aspettato che facessi tutto io. Perché aspettano sempre tutti che faccia tutto io? Perché? Perché mi fanno sentire come uno straccio da terra, puzzolente di marcio che viene usato solo per pulire i posti più lerci della loro anima? Perché si portano via il meglio di me e non hanno nemmeno le palle di prendere la merdosissima decisione di amarmi e portarla avanti? Mi vuoi? Prendimi. Non mi vuoi? Dimmelo e vattene a cagare! Dillo tu! Non farlo dire a me. Come è possibile che, alla fine, debba essere sempre io quella a fare la figura della disperata!? Come?! Dimmelo, Rosa, io non ho capito nulla della vita…” Già… E chi ti ha detto che l’abbia capito io, povera amica mia? Ma eccola di nuovo… a piangere, scuotendo la testa come se non si capacitasse di quello che le sta succedendo. Ecco, io mi chiedo, certe volte, se le cose che ci succedono, le “chiamiamo” inconsciamente noi perchè le abbiamo già vissute e, dunque, le sappiamo gestire e sappiamo cosa aspettarci o se, invece, è solo “puro caso”. Sinceramente opterei per la prima. E’ quasi Natale e ‘sto stronzo l’ha mollata. E’ quasi Natale e ‘sto grandissimo cretino ha fatto fare tutto il lavoro sporco a lei. E’ quasi Natale e proprio non ci voleva. Che deficienti. Donne, uomini, piante, animali e UFO: che grandissimi deficienti siamo, quando non capiamo che l’unica cosa importante è l’amore e non lo perseguiamo. E’ in questo momento che, mentre lei continua ad allagarmi il salotto con le sue “lacrime di donna”, mi viene in mente una poesia di Thomas… Se non mi sbaglio si intitola “In my craft or sullen art” parla di lui che spiega perché scrive poesie e dice che non le scrive per essere famoso o farsi figo ma per il “salario del cuore degli innamorati”. In questo momento, è importante perché e cosa mi viene in mente di questa poesia. Hai mai notato? Di alcune poesie ti rimangono in mente pezzi che non hanno nulla a che fare con la poesia stessa. Di questa, mi è rimasto in mente un brano che lessi e rilessi decine di volte e che ancora ricordo “for the lovers, their arms round the griefs of the ages” che io tradurrei in: “per gli amanti, con le loro braccia intorno alle angosce dei secoli”

Lui scriveva per loro, secondo lui. Secondo me, no, ma non fa niente… La mia opinione è opinabile, in quanto tale. Però, aveva ragione Dylan Thomas. Gli amanti, è vero, abbracciano i secoli con le loro angosce. Me li immagino, tutti gli amanti del mondo, nei secoli dei secoli, che si prendono per mano e, come un folle girotondo, abbracciano il dolore che si dilegua, ma rimane presente, nel tempo e per sempre, proprio a causa dell’amore stesso. Quest’immagine mi fa venire in mente un quadro di Matisse: La danse.

Sì, metti il quadro di Matisse e la poesia di Thomas e avrai il mio pensiero in questo momento. Non ci sarà mai un amore sereno e senza angosce perché, credimi, se tale fosse, allora, non sarebbe amore. E’ troppo facile amare senza soffrire. E’ troppo facile dire di amare senza fare sacrifici. E’ davvero troppo facile. Scontato e ovvio, questo discorso? Vallo a dire a chi sa cosa vuol dire amare per davvero… La guardo e vorrei non stesse male, ma so che non è possibile. La guardo, le stringo la mano. Lei mi sorride e dice: “Anche se non dici nulla, va bene lo stesso, sai? Lasciami sfogare. Lasciami parlare della mia angoscia, almeno qua lo posso fare…”

Angoscia?! 🙂 Ecco, te l’avevo detto io che niente succede per caso…Le sorrido e le stringo ancora più forte la mano. Ecco, ora ho capito. Una delle mie “craft o sullen art” è di ascoltare gli amanti che abbracciano le loro angosce nei secoli dei secoli. Vuoi mettere? 😀 Joni Mitchell chiude il cerchio con l’ultima versione della sua stupenda (ma tagliavene) canzone. Mi alzo e cambio CD. Stavolta metto Toquino che canta del suo acquerello, anche se è quasi Natale, che caxxo… ci vuole un po’ di speranza… Riempio di nuovo i bicchieri vuoti e….

“Senti, a parte la tua angoscia, che qua è sempre la benvenuta, la vuoi sentire una cosa che è successa a Maria ieri? E poi ti racconto di una poesia di Dylan Thomas e di una frase che mi hai fatto venire in mente. Poi, ti va di affogare un po’ di gamberoni in guazzetto con questa falanghina, che mi è venuta una fame?…”.

Se mia figlia lo scopre… mi ammazza…

Ha scritto questo tema qualche settimana fa. Erano mesi che non leggevo cose scritte da lei. I compiti, dissero le maestre già alle elementari, non devono più farli con voi, ma da soli. Solo così potranno essere indipendenti. E vabbè… E perciò, nemmeno quelli controllo più, a parte i voti e le note… 😦 Così, mi è sembrato davvero bello che condividesse con me questo tema che aveva fatto a scuola. Mi è piaciuto così tanto, soprattutto le considerazioni finali, che ho deciso di pubblicarlo. Sicuramente si incazzerà come una bestia quando scoprirà che l’ho postato, ma è così bello ed è così strano che lo stesso discorso me l’abbia fatto mio fratello qualche mese fa, andando a sforare nei marziani… 😀 Comunque, è bello e vorrei tanto che tutti i ragazzi della sua età la pensassero come lei. Sarebbe davvero una cosa grande. Vabbè… Se si incazzerà, lo cancellerò. Nel frattempo, eccovelo:

Traccia n. 3: parlate di un argomento di attualità

Non so bene quale sia un argomento di questo tipo. Se devo pensare a qualcosa di attuale, mi viene in mente il telegiornale perché la tv è qualcosa che ti tiene al passo con le notizie dal mondo. In effetti, in questo periodo noto che in televisione si parla sempre di più  del razzismo. Il razzismo c’è da sempre. E’ ovunque, ma negli ultimi anni si è rivelato un fenomeno sempre più frequente. Proprio ieri ho sentito di un ragazzo della mia età, picchiato da altri tre un po’ più grandi di lui. Ma se lui è stato picchiato, allora perchè io no? Non perchè sono una donna. Non perché non ho fatto niente di male, anche quel ragazzo era innocente. L’unica cosa che ci rende differenti è quel sottile strato colorato che ricopre il mio corpo, chiamato pelle. Qualcosa di percepibile solo agli occhi. Occhi che vedono il mondo con superficialità e disprezzo. Occhi che mi disgustano. Io sono tutto il contrario di una persona razzista. Il 70% dei miei pensieri è concentrato su cantanti Koreani e fumetti giapponesi. Sono una grande appassionata di Asia e ricordo ancora che, quando ero piccola, i miei zii mi portarono a visitare Prato (la loro città) e rimasi talmente affascinata dalla China Town che mi pareva tutto un mondo a parte. La mia migliore amica, poi, è di origini singalesi. Da quando assaggiai per la prima volta un piatto tipico dello Sri Lanka, pretesi di provarne anche uno indiano, poi uno messicano, poi cinese, giapponese e ora mangio, una o due volte alla settimana, cibo etnico. La cultura straniera, di ogni paese, mi attira più di ogni altra cosa. Non tutti la pensano come me, però va bene così. Nessuno sarà mai identico a te. Il mondo è vario ed è bello per questo. Chissà perchè, però, alcune, anzi, molte persone non lo capiscono. Tanti popoli sono stati perseguitati. I primi che mi tornano in mente sono gli Ebrei e i cosiddetti “negri”. E persino in Italia, tutt’ora c’è una brutta forma di razzismo; un po’ meno grave, ma c’è: la divisione tra nord e sud. Mio padre, ad esempio, non sopporta, come li chiama lui, i terroni. Intelligente com’è, però, ha sposato una beneventana… 😀

Però, perchè io non vedo nessuna differenza tra i parenti di mia madre e quelli di mio padre? Forse perché le mie impressioni su di loro non sono a prima vista, ma vengono dal cuore. Se tutti diventassimo ciechi, forse sarebbe meglio. La vista, in fondo, non è poi così importante. Abbiamo altri 4 sensi. Con l’udito potremmo ascoltare le lingue e le canzoni di ogni cultura; con il tatto, potremmo stringere la mano a persone provenienti da tutto il mondo; con il gusto potremmo assaggiare cibi di tutti i tipi e, con l’olfatto, sentirne gli aromi. Sarebbe veramente bello e, magari, si riacquisterebbero tanti valori oramai perduti. Infine, in un futuro lontano, se qualcuno riuscirà a trasmettere questo bel messaggio, ne sarei entusiasta.

Laura T. (13 anni – Milano, dicembre 2011)

 

Uomini che curano le donne

Lo vedo, mentre guido verso la questura per fare la denuncia dello smarrimento del bancomat. Magro, baffetti alla Charlie Chaplin, stempiato e anziano… Più anziano di 15 anni fa, quando lo incontrai per la prima volta, mentre stava mettendo a posto il terrazzo di suo figlio (il mio vicino). Da allora, l’ho adottato come idraulico, aggiustatutto, metti-mensole e bucamuri; un grande, per me. Mi disse, la prima volta che gli chiesi di aiutarmi a mettere su le mensole, “Sciura, non si lamenti di suo marito che non sa fare niente; sicuramente avrà altre doti. C’è chi nasce per fare tutto un po’ bene e chi fa poche cose benissimo”. Mah… Avrei da commentare in merito, ma sto zitta… 🙂 Attraversa velocemente il passaggio pedonale, guardandosi prima intorno e poi veloce,  su per via Capecelatro. Annuisce, mentre un altro signore della sua età, che lo accompagna verso casa, parla di qualcosa che, sicuramente, possono condividere. Ha in mano il sacchetto di carta del pane e  uno con le verdure. Deve averle comprate al mercato del lunedì  di via Paravia. Ci andavo pure io quando ero in maternità. Vendono delle belle verdure, là. Ieri è venuto a casa mia per vedere di mettermi a posto la tapparella, oltre ad altre cose che stanno mollando il colpo, in questa casa che lascerò tra meno di due mesi. Dicono che, quando stai per andare via da una casa, lei lo sente e allora, dal dolore, si lascia andare, pezzo per pezzo. Oh, potrei proprio dire che è così. La lavatrice ha dato forfait per prima a fine novembre. Deve essere stata lei la capa che ha dato l’ordine alla tapparella e poi alla presa della camera da letto e poi allo scarico della doccia e poi… e poi… Tante piccole cose che si stanno lasciando andare. Io no. E le rimetto a posto. Mi dicono: “E dai, lasciale così; tanto, chi te lo fa fare? A febbraio vai via…” No, mi spiace, io no. Sarà un dolore immenso andarmene, figurarsi se lo faccio lasciando i pezzi sparsi qua e là. Lo so. Lo so. L’ho deciso io. Ho voluto io la separazione e pure restare in questa casa fino a quando non mi sono resa conto che mi dissanguava ma, che cacchio, questo non vuol dire che non si soffra. E chi dice il contrario è un emerito pirla. Quando è salito su da me, ieri, mi ha guardato con gentilezza e mi ha fatto capire che sapeva della separazione. Non ci vedevamo da tanti mesi. Uomo di poche parole, mi ha detto: “Dai, su… Ce la si deve fare, neh?” Sì, ce la si deve fare. Poi, sbrigativo come sempre, si è buttato sul lavoro. Alla fine, gli ho chiesto se sarebbe stato disponibile per il nuovo appartamento (culo vuole che l’ho trovato nella stessa strada e solo a 10 numeri più avanti…). Lui sospira. “Eeeh, lei mi vede sempre lo stesso, ma io sono invecchiato, sa? Hai voglia a dire che dobbiamo prendere la pensione più tardi possibile! E poi, io devo curare mia moglie, sa… Non posso lavorare come prima. Voglio stare accanto a lei che ha tanto bisogno. Non più di 3 ore al giorno e sempre di mattina, va bene?” Avrei voluto abbracciarlo e dirgli che è un grande. L’ha detto con un orgoglio dentro che non ti posso spiegare. Sembrava vivesse solo per quello: per stare accanto a lei e curarla. “Grazie”. Ho solo detto grazie e gli ho dato l’appuntamento per fine gennaio, che lui ha le visite da fare con la moglie e tutto il resto che ne viene assieme. Stamattina, quando l’ho visto trotterellare verso casa, dove sua moglie lo aspetta e fa affidamento su di lui, ho avuto questo flash. Ho pensato che è uno di quegli uomini che curano le donne. Uomini che curano coloro che li accompagnano da sempre. Uomini che non hanno paura di bucare il muro o sostituire la tapparella o segare un’intera credenza in due solo perché glielo chiedo io, così come curare la loro altra metà, ammalata da anni. Non ce ne sono tanti come lui. Almeno, io non ne conosco tanti; forse due e lui è uno di loro. A loro, perciò, visto che domani è la festa della Befana e visto che non ci azzecca una mazza, visto che sta piovendo, visto che ho una casa di 100 metri da far entrare in una di 50 e non so come cazzo farò (in tutti i sensi) e visto che non ho un uomo che mi cura così come tanto vorrei, a loro, dicevo, va il mio rispetto e il mio augurio di benessere quanto più duraturo possibile, perché se lo meritano. E speriamo che mia figlia ne trovi uno come loro… 😉