Bisogna averci le palle…

Improvvisa vibrazione nella tasca del pantalone. Scatto felino verso il basso (inosservato dal resto degli astanti) della mano destra. Nell’ordine: sollevamento della cartellina portadocumenti della Mondoffice, occultazione del cellulare dietro la suddetta cartellina, visualizzazione della causa della vibrazione. Sms: “Ho bisogno ti te. Sto morendo”  digitazione di Sms: “Stai morendo dentro o fuori?” vibrazione ed sms: “Dentro, checcazzo!! Sennò che bisogno avrei di te?!?” Sms: “… Gentileeee 😛 Sono in riunione. Puoi aspettare fino alle sei, oppure pensi di chiamare Cupido per la somministrazione dell’estrema unzione prima di allora?!” vibrazione ed sms: “Cercherò di farcela” sms: “Bene, a dopo… e lavati, per favore, chè la volta scorsa puzzavi come un cammello!” Margini di guadagno attuali, margini di guadagno futuri, nuovi prodotti per guadagnare, eliminazione dei vecchi prodotti che non hanno dato guadagno, proiezioni “astrali” di prossimi guadagni, considerazioni dei guadagni passati, blah, blah, blah… E lei inizia a pensare a cosa escogitare, questa volta, per riportare l’ennesima anima persa nel mondo dei vivi, sofferenti e strafottenti. Per ogni dolore, c’è sempre una cura, dice sua madre. Che sia fisico o emotivo, con lei, la cura passa sempre dal supermercato e così, va a fare la spesa sperando in qualcosa di geniale. Mentre passa davanti al bancone della carne (naaa, per certe occasioni non va bene) si ricorda di quando le avevano tolto l’appendicite. Il medico, all’uscita della sala operatoria, aveva il camice strappato. Sua mamma, spaventata, gli aveva chiesto cosa fosse successo e lui, ancora più spaventato di lei, disse che con sua figlia (ventenne) l’anestetico non aveva funzionato troppo bene e si era svegliata prima aggredendolo e strappandogli il camice. 🙂 La mamma difese la figlia e, al ritorno a casa, le cucinò una bellissima bistecca impanata. La poveretta, affamata, non vedeva l’ora di sgranocchiare la carne croccante ma, al primo taglio, sentì che qualcosa non andava per il verso giusto. Troppo facilmente, quel coltello, era affondato nella carne e troppi occhi la stavano guardando, silenziosi, mentre lo faceva. Sua mamma la incitava a mangiare velocemente, i suoi fratelli la guardavano curiosi, suo padre faceva finta di essere interessato al telegiornale. Al primo morso, decise che proprio qualcosa non andava. “Ma è troppo morbida, questa carne, mà” “Magne, Rosè, magna e stai zitta” Secondo boccone, secondi di silenzio. “Mà, ma è proprio moscia questa carne! Ma come l’hai fatta?” “L’aggio bagnata nu poco nel vino bianco…. Rosè, devi prendere forze, sì stat ‘nospetale! Magne e stai zitta!” Atroce dubbio… Sua mamma le ha insegnato a fare le creme curative con i fiori e l’olio d’oliva, le ha insegnato a fare l’alcool alla ruta per i dolori alle articolazioni… Qua c’è qualcosa che non va… “Mà, ma che carne è questa?” Silenzio vergognoso e poi, un boato di risate dei suoi fratelli e suo padre dice: “Oiccànn, l’avevo ditto io cà a questa nun à putìv fòtter!!” Sua madre si gira verso i fornelli e borbotta qualcosa come: “lle or….” “Cosa? Scusa non ho capito!” “Rosè, ci volevano le forze, no?? E accussì ti ho fatto venire dal Piemonte e palle d’ò toro!!” MARONNA INCORONATA CON TUTTI I SANTI IN COLONNA!!! Le palle di toro??? Maròòòò!! Ma tu sì scema ‘ncapa!!!??? Ma che cazz….! Bleah! Sput! Sput! Spuuuttt!!! 🙂

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Ancora al pensiero le vien da ridere e, davanti al bancone della pescheria decide di prendere dei gamberoni, và… Che quelli non si possono confondere con le palle di nessuno, fino a prova contraria… 😉 Passa, lentamente, davanti ai vini e decide di prendere il più alcolico che ci sia. Non guarda nemmeno il nome, solo la gradazione e mette la bottiglia nel cestino. Poi, afferra con destrezza un avocado, della valeriana, un pompelmo rosa, una mela verde, dei grani di pepe verde e dei gusci di noce, per l’insalata che tutti guardano disgustati, quando lei la fa, ma poi se la inzuccano dentro come l’olio dentro l’imbuto… 🙂 Per una occasione come quella che l’aspetta non l’ha mai fatta ma, in questo caso, sa che servirà a sviare l’attenzione. Dolce? Mmmm fammi pensare… No, và… Prendiamo un altro pò di alcool buono 🙂 ed ecco il Baileys per lei e, per l’altro commensale, la grappina buona buonina. Serata bollente, neh?

Ma perchè, quando qualcuno ha bisogno di te, deve sempre stare dall’altra parte della città? Tre quarti d’ora a guidare, fare una telefonata velocissima a una persona, senza voler sapere tutto nei minimi particolari, ma solo per capire che chances ci sono, a pensare che tutto sarebbe così più facile se non avessimo l’incombenza di amare e, conseguentemente, soffrire e sei davanti al palazzo. Resti inebetita davanti al citofono che non riporta i cognomi, ma solo i numeri. E chi se lo ricorda il numero? Stai là qualche minuto… Non te lo ricordi. 😦 Affranta e demoralizzata, ammetti di aver perso contro il malefico aggeggio e chiami con il cell. “Non mi dire che non ce la fai!! Non me lo dire! Io sto moreeeendooo!!” “Hai ragione. Non ce la faccio. Non ce la faccio a citofornarti perchè questo cazz di citofono sembra che debba nascondere dietro il Pentagono! Aràpem ‘stu purtòn ò lo sfondo a calci!” Una risata, piccolina, lieve e quasi impercettibile, ma c’è… Ok, c’è speranza.. Sali su e lui ti apre la porta.

“Oh, ma che hai portato? La spesa?” Ti abbraccia forte forte, il testone. Ti abbraccia forte e tu senti che la cinghia della borsa che avevi messo a tracolla ti sta portando via la carotide, ma ti fai abbracciare… “Dio, meno male che sei qua…”

“Stàtt zitt… Ti sei lavato? Non sento puzza ma può solo darsi che sia il mio raffreddore…”

“Si, che cavolo! Manco fossi un zozzone…”

“Beh, solo in certe occasioni, diciamo… e più che un zozzone direi che sei uno sporcaccione! “

“Eddaiiii. Tu non capisci! Mi ha lasciato, hai capito? Mi ha lasciato per sempre. Io sto morendo. Io muoioooo. Come faccio a vivere? Come?? Ma uno non può sbagliare, nella vita? E che cazz…!! Un pò di comprensione!!” Si, come no. Peccato che lo capiamo solo dopo aver sbagliato, che abbiamo sbagliato. Ma forse, lo sapevamo già prima e non lo abbiamo voluto ammettere, neh??

“Senti, facciamo che muori dopo che hai mangiato, ok?”

Incominci a smanettare intorno ai fornelli. Lui, con l’aria smarrita, cerca di capire dove vuoi andare a parare. “Ma non eri venuta per consolarmi? Non mi devi parlare? Dire cose che mi tireranno su il morale? Guardare negli occhi per scoprire il mio dolore? Non servono a questo le amiche?” Annuisci senza dire nulla, apri il forno e, finalmente, ci trovi la padella. Soffritto leggero d’aglio (che non tiri via dall’olio, come tutti quelli della nouvelle cuisine, che sennò ti resta sullo stomaco. Lo vuoi il sapore dell’aglio? E allora lascialo nella sua benedetta padella a cuocere e sposarsi con i gamberoni, perdiana!). Versi un pò di quel buon e gradatissimo vino bianco nella padella e lo fai svaporare con i gamberoni. Una spruzzata di pepe, una di prezzemolo e, massì, dai, dato che li hai trovati, soli soletti nel frigorifero, ci metti dentro anche quei sette pomodorini ed ecco che il sughetto incomincia a sfrigolare. Lui continua ad ansimare e a farfugliare qualcosa. Tu annuisci e fai “Mmmm, già… ” più volte. Spegni il fuoco. Versi il vino in due bei calici dell’Ikea (li andasti a comprare con loro) e poi ti giri verso di lui, gli metti una mano sul petto e lo butti sul divano a sedere. “Caro, io sono amica sì, ma non cogliona. E, per di più, sono pure donna, perciò, non ho bisogno di guardarti negli occhi, come diceva Ron, per capire come sta la tua anima.” Ti guardi intorno. Caos completo. Saranno almeno tre giorni che è finita (forse). “Quando è successo il casino?” Lui si guarda intorno, smarrito. “Tre giorni fa, Domenica… Dio, se tu sapessi come sto male… Ho lo stomaco rattrappito. Non riesco a dormire. Non riesco a lavorare. Dovevo finire un progetto per l’altro ieri e ci ho mandato una altro architetto… Sono distrutto. Mi ha rovinato la vita. Ma come si può? Come? Andarsene via così, tutto d’un tratto, senza dire niente. Tu sai dove è? Ti ha chiamato? Alle mie chiamate non risponde. E’ la fine. Sono finito. Dimmi, ti prego, dimmi… Qualsiasi cosa, dimmi… Vorrei dimenticare tutto. Vorrei svegliarmi domani e non ricordare più nulla. Mi sveglio con la nausea, vado a letto con la nausea. Dio come sto male.. Dio, dio..” Lo hai lasciato parlare. Nel frattempo sei riuscita pure a bere due bicchieri di vino e pure lui, tra un “sto male” e un “dio, dio” si è ingollato un pò di alcool che lo ha indebolito abbastanza… “I gamberoni sò pronti, aiutami a fare l’insalata…” Lui ti guarda smarrito “Insalata?” Uhm… “Si, insalata, darling…” Lei gli fa cenno con il dito di seguirla e lui la segue come un cagnolino in cucina. L’aiuta in silenzio e, proprio quando lui sta pelando il pompelmo, sente tirare su con il naso. Si gira e lo vede là, con la testa contro l’anta della credenza stile country che hanno trovato in un mercatino d’antiquariato e che la tua amica gli aveva restaurato, ai due pirla innamorati. Le spalle sono scosse dai singhiozzi e tu senti, dentro di te, il suo dolore. Percepisci le lacerazioni, i singulti, i respiri addolorati. Siamo tutti così bastardamente uguali, fallaci, fallibili, dolorosamente colpibili ed espugnabili. Morte a chi ne approfitta, delle nostre debolezze. Morte dentro e dolore eterno (o quasi). Ognuno, deve passare dall’inferno, dice tua madre, per arrivare in paradiso. Vediamo se ci riesci. “Giorgio?” Sniff, sniff… “Si?” Le cose ti vengono naturali. Non è che ti metti a pensare a come dire, cosa dire, quando dire, cosa fare, come fare, quando fare. Lo fai e basta. Lo abbracci da dietro. Lui scoppia in un pianto irrefrenabile e fa per girarsi, ma tu lo blocchi. “No, Giorgio, resta così… Ti voglio raccontare una storia. Una storia di gente con le palle; una storia di palle.” Le tue mani gli cingono quella tartaruga di muscoli della quale lui si vanta tanto (è figo e lo sa) e lui ci si aggrappa singhiozzando e stringendole fortissimo. E’ in quel momento che decidi di raccontargli la storia delle palle del toro. Quanto ci sarà voluto per raccontargliela? Se lo vuoi, ci metti due minuti; se lo vuoi, duecento. Tu sei brava a raccontare le cose, dicono. E’ così che, parola dopo parola, senti che il suo respiro si normalizza. Riesci perfino a passargli un pezzo di Scottex, tenendolo stretto e senza che lui si giri. A tratti, qualche singhiozzo ribelle interrompe le tue parole. Alla fine, una risata spontanea e assurda esplode nella cucina dalle pareti rosso fuoco che a te stanno tanto sulle palle, ma che loro amano e hanno scelto assieme. Questa volta, lui si gira e t’abbraccia ridendo, così forte, che tu pensi che ti scoppierà il reggiseno. 🙂

“Come va?” Lui la guarda estasiato. “Perchè non mi sono innamorato di te?” Lei scoppia a ridere. Una risata argentina e seducente che, però, non avrà mai effetto su di lui. “Forse perchè sei gay?” Lui annuisce tristemente. Una tristezza fatta di gioie e dolori infiniti, di momenti di euforia alternati a smodata nostalgia dei tempi in cui non si doveva combattere per essere quello che si era, perchè nessuno te lo aveva ancora fatto pesare addosso. Un sorriso sincero, un altro abbraccio “Dai, finiamo ‘st’insalata e mangiamo.” Lei si alza, indossa il soprabito. “Non credo che cenerò io, stasera, qua…” Prende il cellulare, digita un numero, mentre lui la guarda stranito. “Operazione compiuta. Il pirla ha capito di avere sbagliato. Ora sali su e giurami solo una cosa, altrimenti non ti faccio entrare in casa – nè la mia, nè questa: entro due mesi devi trovare un set di palle di toro vere e gliele devi cucinare impanate e, IO, voglio vederlo mangiare tutto!!” Una roca e sexy risata arriva fino alle orecchie di un estasiato Giorgio. Lei si gira, si guarda intorno e pensa: “Già… missione compiuta…” Due minuti e Maurizio è già su. Omone barbuto, grosso e occhialuto. Così dolce, così simpatico, così innamorato, pure lui… Come noi tutti, poveri illusi. Baci e abbracci ai due pirla. Con un piede quasi fuori dall’uscio, lei rientra frettolosamente. Corre in cucina, noncurante dei due uomini abbracciati, e ritorna fuori urlando e dando una pacca sul sedere a entrambi: “Uè, bbelliii! Il Baileys, però, me lo ripiglio!” 🙂

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Io e i miei uccelli…

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Con gli uccelli ho un rapporto di odio e amore. C’è un uccello che amo perchè penso che rappresenti la purezza, il romanticismo, l’avventura che tutti vorremmo vivere. C’è un altro uccello che, se potessi, lo distruggerei con il napalm, anche se credo fermamente che, qualsiasi essere (vivente e non) stia sulla terra per una ragione specifica. Di quello là, comunque, non l’ho ancora capita e, per me, è solo una bestia stronzissima. C’è un uccello che mi intenerisce e che è dolce come il miele e la vaniglia e c’è un volatile che mi fa tanta tristezza e pena al cuore, da quando ero bambina. Ad ogni modo, se io fossi un uccello, tra tutti i volatili (e non) che si conoscono, penso che mi piacerebbe essere una rondine. Certo, si fanno un mazzo grande a venire dall’Africa, ogni primavera, per stare qua, a Milano, a respirare la nostra buona e solida aria inquinata 🙂 (e forse questo non dà prova della loro intelligenza) ma io vorrei essere una rondine. Io sono quella che deve fare gli sforzi enormi, i sacrifici, per ottenere le cose belle che desidera. Se ci penso bene, ogni cosa importante che ho ottenuto nella vita, è stata frutto di sudore, sangue e disperazione. Ma, quando l’ho ottenuta, ne sono sempre stata gratificata, felice e contenta perchè lo avevo ottenuto con il mio sforzo, la mia convinzione, le mie idee, i miei sogni (proibiti e non), le mie illusioni, le mie speranze. Si, vorrei essere una rondine. Sono arrivate da un pò, a Milano queste bellissime signore nere che sfrecciano veloci nel cielo serale. Sai, quando mi siedo sul balcone, nel tardo pomeriggio, le vedo volare così vicino che quasi mi meraviglio. E’ davvero un privilegio (anche se pago un’enormità di spese condominiali e di affitto, per colpa dei millesimi di casa mia) abitare all’ultimo piano di un palazzo di 6 piani. Volano come delle pazze e si avvicinano così tanto a me che, a volte, penso che siano cieche (come i pipistrelli che si presentano sul mio tetto d’inverno) e possano venirmi a sbattere contro. E sono così veloci! Ma la cosa più bella? Si parlano tra di loro. E’ stupendo vederle rincorrersi nel cielo azzurro e rosa del tramonto mentre si urlano tra di loro. Sembrano dirsi: “Daiii, vediamo chi va più veloce e chi arriva più in alto!” Poi, la settimana scorsa, ho scoperto che hanno fatto il nido proprio sopra la finestra della mia camera da letto. Una di quelle che volava più veloce di tutte, si è fiondata alla velocità della luce verso la finestra della camera è mi è venuto un colpo perchè pensavo fosse una rondine kamikaze. Sono saltata in piedi dallo spavento, pensando che si sarebbe andata a spiaccicare sulla mia persiana, e già paventavo il momento in cui avrei dovuto pulire i suoi resti mortali sparsi sulla finestra quando, con una virata degna di Joe Temerario, si è infilata in un buco proprio sopra la finestra. Pfiuu 😉 pericolo scampato. In quel momento, ho sentito cinguettare qualcosa da dentro il buco e poi, meraviglia delle meraviglie, è arrivata un’altre rondine (forse il Signor Rondine) e pure lui è entrato nel nido minuscolo protetto dal mio tetto. Che belli, che belli, che belli. E’ stato così che ho, metaforicamente, adottato una famiglia di rondini, diciamo. 🙂 La mattina, quando apro la finestra, lo faccio piano piano per non svegliare i piccoli :-), i genitori però, già a quell’ora sono svegli e li sento cinguettare allegramente. La persiana non la tiro su più di tanto e la basculo in avanti così che possa entrare il sole in camera e, magari, attutire una possibile caduta dei piccolini che, certo, magari scivolerebbero soltanto meno velocemente verso il cemento del cortile, ma io sò scema, lo so… Si, mi piacciono proprio. Lo sai che le rondini ti dicono quando sta per piovere? E’ vero! Me lo disse mia mamma e io l’ho potuto appurare. Mia mamma mi insegnò a distinguere le rondini che volano per divertimento e quelle che volano per avvertire dell’acqua. Da come si muovono nel cielo, capisco la diversità del volo e, puntualmente, il giorno dopo, piove a dirotto. Le rondini sò troppo forti! Chi odio? Odio i piccioni. Ho la piccionofobia, lo ammetto, e non capisco a cosa servano. Qualcuno mi ha detto che mangiano le zanzare e ci aiutano ad eliminarle. Tsè! 😦 se è davvero così, come mai ci ritroviamo sempre più elicotteri in casa, che ronzano e ci succhiano il sangue come dei vampiri in astinenza?? Sono due le ipotesi: o loro non fanno il loro lavoro perbene perchè sono troppo intenti a mangiare le molliche e il pane che i pirla gli danno, oppure le zanzare sò più furbe e veloci di loro (grassi  e grossi pennuti) e non si fanno mangiare. Ad ogni modo, non servono, se non a passare la scabbia e a sporcare sul mio balcone sul quale ho sparso qualsiasi tipo di anti-piccioneria che, purtroppo, non ha funzionato. Ce n’è uno, maledetto, che è riuscito perfino ad entrare nella parte bassa del mobile da scope che avevo sul balcone e portarci legnetti, paglia e altre cose per farci il nido!! Infame pennuto zozzo e maledetto!! Quando l’ho visto ho perso due anni di vita e ho incominciato a dire parolacce a più non posso e, mentre pulivo, alzavo sempre di più la voce. Sembravo un’invasata. E’ stato allora che lui, il pirla, è arrivato, con un ramo in bocca, pensando di poter continuare a costruirsi il suo nido e io che ho fatto? Gli ho urlato dietro sventolando la scopa sull’inferriata del balcone: “Col cxxxo che torni qua, maledetto!” 😀 Ha fatto una virata indietro ed è scappato via svolazzando sul balcone dei brasiliani, nel palazzo di fronte. Bene, che se la cucchino loro, la famiglia di piccioni! 🙂 Allora, amo le rondini, odio i piccioni e voglio bene ai passerotti. Con loro, i passerotti, ho un rapporto speciale, da sempre. Quando ero alle ragionerie, scrissi una poesia che parlava della gente che emigrava e scrivevo anche di un passero. Era così bella che il mio prof d’inglese (Antonio Stellato, per il quale ebbi una cotta assurda – ed ecco perchè sono diventata interprete :-)) decise di mandarla ad un concorso regionale che poi vinsi senza neanche saperlo! Le cose belle della vita, neh? 😉 I passeri ci sono pure a Londra. Il sabato pomeriggio, dopo aver fatto le pulizie, stavo sempre a guardarli dalla mia finestra, mentre si davano da fare nel giardino di casa, così indaffarati a fare il nido, portare i vermetti per i loro passerottini, bagnarsi nella vaschetta che il Sig. Brogniez gli aveva allestito. Troppo carini. Fu uno di quei sabato, che conobbi la musica irlandese. Sai, ogni quartiere di Londra è un paesino a sè. La quiete, che regna tra quei giardini è inimmaginabile. Basta che ti sposti di poche centinaia di metri sulla main road e sei nel casino ma, tra quelle casette, c’è il silenzio assoluto. Io me ne beavo e per anni, dopo essere tornata da Londra, ho provato un dolore intenso a non poter vivere quelle stesse sensazioni che, ormai, facevano parte di me. Beh, ero affacciata alla finestra e sento una canzone. Fu un momento che non dimenticherò mai. Ne fui ammaliata. Qualcuno la stava suonando e io, come uno dei bambini del pifferaio magico, ne fui attratta, stordita, ipnotizzata in una maniera tale che, finita la prima canzone, urlai “Hey, tu! Quello che sta suonando questa musica strana! Dove sei? Che musica è? Ti prego! Ti prego, dimmelo!” 😀 si, lo so, sono pazza (e tu dimmi qualcosa che non so). Ma fu pazzo pure lui a rispondermi. Era un tizio che abitava nella strada parallela alla mia e, dato che i giardini del retro delle case erano più o meno vicini, io potevo sentire la sua musica, da qualche centinaio di metri più avanti. Fu così che conobbi una stupenda coppia di ragazzi gay irlandesi. Mi disse il numero della casa e io mi precipitai. Mi diede il nome della canzone e io lo ringraziai. Mi invitò a cena a sentirne altra e fu un’estate stupenda ad ascoltare la loro musica, bere birra e sidro, fumare, parlare di politica e religione fino alle tre di mattina. La mia passione per la musica irlandese, dunque, nacque osservando i passerotti e ascoltando questa canzone Alza il volume al massimo. Ascoltala tutta, ti prego, ascoltala, è stupenda. Guarda gli occhi incantati e incantatori della giovane cantante. Ascolta il coro di timide voci che ne segue le tristissime note di disperazione e ricerca dell’amore perduto. Senti vibrare dentro di te il crescendo che ti sale dal centro del tuo corpo. Lasciati cullare dalla visione di un cavallo bianco che corre veloce e libero nella brughiera con la nebbia che sale dall’erba e lo fa sembrare come se stesse volando sulle nuvole. Fai battere il tuo cuore al ritmo dei piedi dei ballerini che sembrano essere dei folletti dotati di un preziosissimo dono. Lascia che i tamburi ti obnubilino il cervello con il loro martellare. Corri, balla, muoviti sempre più forte con loro fino a quando poi, spossato come Michael Flatley e Jean Butler, cadrai a terra, sfatto, stanco ma felice. Questo succede a me. Questo mi succede ogni volta che l’ascolto. Vedi questo video? Io ero là. Un muratore irlandese, tatuato fino nel buco del naso :-), che mi sentì ascoltare questa musica, a volume sparato al massimo, abitava sotto di me e salì su a chiedermi se fossi anche io irlandese e, invece, si ritrovò una napoletana che (lui non lo seppe mai) ballava nuda al ritmo di quella musica stupenda 🙂 indemoniata, come i tarantolati di Tricarico o come il Bolero di Ravel che adoro alla stessa maniera. Mickey, era il suo nome. Per il mio compleanno mi regalò un biglietto per Riverdance. Andammo a vederli ad Hammersmith quando non erano ancora così famosi (nel ’93). Non me la voglio tirare, ma lui si innamorò di me. Io no. Mi spiacque così tanto. Non lo volevo illudere e non gli diedi mai corda, in quel senso. Forse fu per quella ragione che mi fece morire i 65 neonati pesciolini rossi che gli avevo affidato, durante la mia assenza per un viaggio, e che avevo sudato sangue e lacrime per far nascere e crescere dalla coppia di pesciolini rossi che avevo comprato a Shepherd’s Bush :-). Beh, come finisce la storia degli uccelli? Finisce con un cappone, no? Il mio soprannome è Capunciello. Piccolo cappone. Mia nonna mi chiamava così. Lei diceva che ero buona, dolce e gentile come un cappone castrato. Ti credo! Chi, da castrato, non sarebbe così? 🙂 non ho mai capito se è un complimento o no. Ad ogni modo, l’unico cappone che conobbi da vicino me lo regalò mio padre a Natale quando avevo 8 anni. Si, lo so, è un regalo strano, ma io adoro gli animali e non ti meraviglieresti di un cappone per regalo se sapessi che mio padre mi ha pure regalato un vitello e una capra che tenevamo nel cortile di un suo ristorante ad Arma di Taggia. Però, però… Però, il cappone, come la capra e il vitello, non fu molto fortunato. Ecco, io volevo bene al cappone; tantissimo. Per una settimana, lo tenemmo a casa nostra, al quarto piano di via Nazionale delle Puglie, a Casoria. Poi arrivò il Natale e… io, disperata, dalla mattina fino alla sera, cercai il cappone che sembrava essersi “volatilizzato” :-)… fino a quando (sì, hai indovinato), mia mamma si ruppe le palle di sentirmi cercare il cappone e disse: “Rosè, ò vuò verè o cappòn tuoie?” Figurati, certo che lo volevo vedere! Allora, lei mi portò in cucina… e aprì il forno… 😦 😦 Marò… Quanto li odiai, lei e mio padre, quel Natale; e odiai pure tutti quelli che se lo mangiarono, infami cannibali! Vabbè, te l’avevo detto che l’ultimo pennuto mi faceva pena, no??? 🙂

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Ultimamente guardo sempre di più film romantici. Mi sono sempre piaciuti. Quasi a tutte le donne piacciono. Penso che sia perchè, nella vita di ogni giorno, non ne troviamo molto, di romanticismo, o almeno, non tanto quanto ne vorremmo e allora ci rifugiamo, per quei 90/120 minuti, intercalati dalla pubblicità ossessiva, in un mondo dove tutto inizia male, si evolve bene e finisce benissimo, sperando lo stesso pure per noi. A volte, però, devo dire la verità, mi piace vedere anche dei film dove si menano, dove ci si sfoga, dove, comunque, c’è uno che mena un’altro che ha fatto il cattivo e lo punisce. Pure quella è speranza, no? Beh, mi viene in mente quella volta che io e lui andammo al cinema per San Valentino (o qualcosa del genere). Il film lo scelsi io: “Sin City”. Mi piaceva l’idea del film tratto dal fumetto, della fotografia particolarissima in bianco e nero con le macchie di rosso sangue, di capire chi fosse, dei personaggi, Mickey Rourke perchè dicevano che si era disfatto fisicamente e che nemmeno sua mamma l’avrebbe riconosciuto, da quanto male era messo in quel periodo, con tutto il botulino e le cicatrici che lo decoravano. Beh, sai cosa successe? Il cinema Ducale di Piazza Napoli era pieno come un uovo e, per miracolo, avevamo trovato due posti. Lui non era tanto per la quale, perchè avrebbe preferito rimanere a casa e guardarsene uno della sua collezione di Bud Spencer e Terence Hill o uno di quei mattoni storici tipo “Ben Hur”, ma entrò lo stesso. Inizia il film, mentre lui brontola e io gli prometto che, se sta zitto, dopo “gli dò la caramella” e rido… Cinque minuti. E’ durato cinque esatti minuti. Dopo il trecentesimo secondo, il mio cavaliere si alza in piedi dicendomi con voce incazzatissima “Ma che film è questo? Qua c’è solo gente che si ammazza! Qua c’è solo sangue! Masseiscema a portarmi in un posto del genere?? Io me ne vado!” Tutti si sono girati verso di noi. Marò cheffiguremmerda… 😦 Io stavo zitta e non osavo rispondere. Volevo far finta di stare con la signorina vicino a me, ma quella mi guardava ridendo. 😦 Lui continuò: “Ma non li vedi?? Poi stanotte facciamo gli incubi!” Io replico “No, Marco, guarda che è una storia d’amore, poi non ammazzano più nessuno” qualcuno sogghigna e sento dire “Non credo proprio, anzi, alla fine c’è un’escalation da furore.” Deficiente… Ecco, è stato in quel momento che lui si è girato nel buio, verso la voce, mi ha guardata schifato e mi ha mollata nel cinema da sola, circondata da gente che sghignazzava. Ma come si può??? Un uomo che si spaventa davanti a un pò di sangue, che non è nemmeno il suo?? Naturalmente, uscii pure io e me ne tornai a casa a piedi, da sola, per fargli dispetto ed esprimere tutto il mio disappunto per aver sposato un cagasotto. Non funzionò. Ancora ora, anni dopo, rimane della stessa idea e io, quel film, non sono più riuscita a vederlo. Ma io, lo giuro, sono romantica. E forse più di lui che si fa venire le cose strane a vedere Titanic. Ma come si può, dico io, farsi prendere da Titanic?? Sarà che ero incinta e intenta a nutrire mia figlia con tutti gli ormoni buoni che avevo, ma a me, quel film proprio non disse nulla. Lui me lo portò a casa e ci mettemmo sul divano a guardarlo. Sì, vabbè, carina la fotografia, ma quei due… Maddaiii… Quando si dice fuori dal mondo. Beh, ad ogni modo, per fargli un piacere, lo finisco di vedere (sò mica come lui che mi alzo indignata e lo mollo là nei ghiacci della passione, io!). Poi andiamo a letto. Lui è evidentemente colpito, io no. Lui sta zitto, io no. Critico tutto e lui sta zitto. Io mi giro di lato, cercando di far atterrare dolcemente il pancione sul materasso, lui si gira di lato, zitto zitto. Spegniamo la luce e… silenzio. Fino a quando sento singhiozzare lievemente. Ecco, io pensavo che fosse mia figlia che lo facesse nel pancione; succede, lo sai? Però, che strano, non sentivo il pancione muoversi. Poi, sento tirare su col naso e là, mi è venuto male al cuore. No, scusa… Accendo la luce e cerco di girarmi piano piano con la mia airbag portatile gonfiata al massimo e cosa ti vedo? Lui che piange!! Marò, che imbarazzo! Non sapevo cosa dire. “Marco, ma stai piangendo? Marco, ma sei tu?” Due o tre singhiozzi e l’orso Yoghi si gira verso di me; mi abbraccia, si nasconde nel mio petto e singhiozza dicendo: “Ma tu ci pensi? Voglio dire, perdere il tuo amore così, nei ghiacci, senza poterci fare nulla. Dio, Rosa, che dolore al petto. Dio, che pena per quei due!” Ma tu sì proprio scemo!! La mia espressione deve essere stata quella di una che va per pescare una sardina e si ritrova una balena attaccata all’amo 🙂 Cosa ho fatto? Cosa ho detto? Niente. Ero troppo scioccata, lo ammetto. Gli ho solo dato qualche pacca sulla schiena e gli ho detto: “Mà, mi spiace che stai così, ma è solo un film, daiii. Però, ti prometto una cosa. Se andiamo in America col transatlantico, facciamo come loro, ok? Rimani tu sulla nave, ok? Tanto io ti voglio bene lo stesso!” 🙂 🙂 Eddaiii se non si sdrammatizza in queste situazioni… 🙂 Comunque, io sono romantica, lo giuro. E lui lo sa, ma ormai, è finito il tempo del corteggiamento 😦 Ricordo che all’inizio, pure lui lo era, eccome; quasi da spavento. Molti mi chiedono come ci siamo incontrati. Beh, non è stata una cosa normale, credimi. Niente è normale, tra di noi. Io avevo 30 anni ed ero tornata in Italia perchè sentivo che il mio orologio biologico ticcava in maniera furiosa e non ero riuscita a portare a termine una storia d’amore nella maniera giusta. Non volevo, inoltre, crearmi una famiglia in una nazione in cui, pochi mesi prima, due ragazzini che non avevano ancora mollato il biberon, erano stati capaci di uccidere un bimbetto di pochi anni nella stessa maniera in cui l’avevano visto fare in un film che i loro genitori avevano noleggiato. Mamma mia, che orrore. Se ci penso, mi vengono i brividi. Lo avevano rapito e gli avevano fatto delle cose turpi. Maledetti. 😦 Beh, tornai in Italia e devo “ringraziare” mia cugina per essere dove mi trovo ora. Ero a Milano da poco, ero da sola e andavo a cena da loro per trovare un pò di famiglia. Le raccontai del mio desiderio di trovare un marito perbene, un uomo italiano senza grilli per la testa, uno che amasse la musica, come me, e che avesse voglia di farsi una famiglia. Le feci presente che non ero alla ricerca disperata, ma che mi sarebbe piaciuto trovare qualcuno, come tutte le donne del mondo, credo. Lei, toma toma (come si dice a Napoli) mi dice che c’è un collega di suo marito che fa al caso mio e che avremmo potuto organizzare un blind-date, un’appuntamento al buio. Ahahahahah, mi vien da ridere. Se avessi saputo tutto quello che è successo dopo, marò, mi sarei data malatissima quella sera o forse no? Il destino è bizzarro e se le cose devono succedere, credimi, succedono. Beh, tant’è che si fissa l’appuntamento: la sera del mio compleanno: l’11 maggio del 1986 (poi, ho scoperto che, invece, sono nata il 12 maggio, ma questa è un’altra storia :-)) Mia cugina prepara succulenti manicaretti pugliesi (in onore di suo marito) e io arrivo più figa che mai e con i miei giovanili 55 kg. Aspettiamo e lui non arriva. Aspettiamo e lei mi dice che si era dimenticata di dirmi che lui è un tipo un pò particolare. Aspettiamo e lei si ricorda di dirmi che lui non è uno che va con la moda e si veste un pò strano. 😦 Ma dimmi tu… Aspettiamo e a me iniziano a girare le palle perchè non mi va di fare la scema. Lo chiamano e lui dice di essersi dimenticato!! 😦 Ma ‘stu pièzz è scem!! Beh, è iniziata malissimo, mi dico, speriamo che finisca meglio. Quando arriva, ore dopo, lo guardo e la prima cosa che penso è: “NO! NO! E POI NO!” Certo, allora portava la 52 e non la 56 come ora. Certo, qualche capello in più l’aveva. Certo, non ruttava, mangiando le focacce pugliesi di mia cugina ma… ma… Ma, Dio del Paradiso con tutti i santi e le madonne, possibile mai che uno si potesse vestire così per fare colpo su una donna?? Un pantalone di un ignoto colore sicuramente frutto di un miscuglio di lavatrice uscito male, una camicia hawaiana che ti faceva diventare cieco solo a guardarla, una cintura bicolore (sì, bicolore) beige e marrone e dei sandali alla San Francesco che non entrarono mai in casa nostra. Mmm, a parte la cintura bicolore, a dire il vero, che mi ricorda la sera che gliela sfilai, davanti a tutti, mentre lui aveva gli occhi chiusi e lo stereo suonava “You can leave you hat on”. La conservo perchè così mi posso ricordare che, tanto tempo fa, noi si era capaci di ridere. Beh, di stomaco ne avevo a quei tempi (e avevo ancora la cistifellea) ma faceva proprio male agli occhi guardarlo. Solo dopo ho scoperto che è daltonico con i colori scuri… 🙂 Ma, tant’è che, grazie a dio, io vado oltre gli abiti (come dice il proverbio) e trascorremmo una bella serata, lo devo ammettere. Io ridevo delle battute che facevano su di lui (non credevo che fossero vere, ma quanto mi sono dovuta ricredere!) 🙂 e lui continuava a meravigliarsi del fatto che non avessi l’accento napoletano (si è ricreduto dopo la prima lite perchè, solo in quei momenti, tiro fuori l’animo campano e tutte le parolacce che conosco). Comunque, allo scoccare della mezzanotte, mia cugina disse che avevano una sorpresa per me e mi portarono nello studio di suo marito, in cantina. Mi fecero chiudere gli occhi e i due musicisti fecero un concerto solo per me, coronato da uno stupendo duetto di “Happy Birthday” cantato da un milanese che non conosceva l’inglese e un pugliese che faceva pesare la sua “e” su tutte le vocali 🙂 Sì, fu una bella serata. Quando andammo via, lui mi accompagnò alla mia auto e mi chiese se mi poteva chiamare, uno di quei giorni. Beh, devo dire la verità, gli risposi di si pensando che lui poteva ben chiamare, ma che io non avrei risposto… 😉 Si, lo so, sono cattiva. Il giorno dopo, mi arrivò a casa un mazzo di rose rosse baccarà con un biglietto: “Buon compleanno, Marco” Ti dico pure questa: all’epoca mi piaceva un ragazzo, amico di Elsa, che si chiamava Marco e io pensai che fosse lui 😦 si, lo so… sono cattiva, ma è vero! Meno male che mi chiamò mia cugina, poco dopo, chiedendomi se mi erano piaciute le rose di Marco (quello della cintura bicolore) ed evitandomi di fare una figura di MM con il tizio amico di Elsa! 🙂 E così, iniziò il martellamento a tappeto. Mai, mai, mai nella mia vita sono stata corteggiata in una maniera così bella e strampalata, ammettiamolo. Lui rideva del fatto che io continuassi a dirgli che non gliel’avrei mai data. Io ridevo del fatto che non ci credeva; cretini entrambi. 🙂 Come mi ha conquistata? In quanto tempo? Beh, le date me le ricordo. L’11 maggio l’ho conosciuto. Il 20 maggio (suo compleanno) mi chiama in ufficio: “Ciao, ero qua vicino e volevo sapere se vuoi venire a bere un caffè con me.” Io gli rispondo che non bevo caffè. Lui mi dice che sono l’unica napoletana al mondo a non bere caffè. Io gli rispondo che me ne frego e che bevo solo thè col latte e lui risponde che si può fare. Ma tu guarda questo! 🙂 Così, mi viene a prendere all’uscita dell’ufficio ed entro nella sua Ritmo familiare blu, tenendomi scostata dallo schienale perchè mi avevano detto che la gente che entrava nella sua auto si beccava il tifo per quanto lui non se ne curasse (e io non ci avevo creduto fino a quel momento). Lui è felice di vedermi, io sono molto sospettosa, ma non lo dò a vedere. Lui dice “Dove andiamo?” io rispondo che il thè si può bere ovunque, perciò qualsiasi bar va bene. E tu lo sai cosa fa?? Lui prende l’autostrada. Ecco, è stato in quel momento che ho avuto una paura da cagarsi addosso. Ero aggrappata alla maniglia e, mentre lui ciciarava e cantava, io cercavo di capire a quale velocità andasse e quante ossa mi sarei rotta se avessi cercato di scappare dall’auto in corsa 😦 Guardavo le corsie e speravo che si mettesse su quella di destra. Calcolavo i tempi di reazione e tremavo. Non esistevano ancora i cellulari. Marò quanto ero spaventata. Con aria serena (come no) chiesi dove stessimo andando e lui (altrettanto sereno) mi dice: “A prendere il thè, no??” Come no! Marò, marò, marò… Beh, cercai di rilassarmi accucciandomi contro la portiera il più possibile e lui mi chiese che cosa non andasse. Io risposi che mi faceva male la schiena e lui cercò di farmi un massaggio mentre guidava!! Marò, marò, marò!!! I chilometri andavano e lui mi diceva di rilassarmi, che mi avrebbe fatto una sorpresa. Marò, marò, marò… Io già pensavo al mio funerale, semmai mi avessero trovata. E già, che me lo avevano detto che era strano, ma io, cretina!! Marò, marò, marò… Passiamo Pavia. Passiamo Tortona. Passiamo Arquata. 😦 Ma addò cazz me stà purtànn??? :-O Maròòòò, siamo a Portofino!!! Ecco, in quel momento mi sono sentita scoppiare il cuore. Mai, mai, mai nella mia vita, un uomo mi aveva portata a Portofino, da Milano, a prendere il thè. Di tutte le cose, amiche femmine, mai avrei pensato una cosa del genere. Che serata! Che incredibile serata! Pure là, comunque, non gliela diedi 🙂 mi aveva fatto venire i vermi e mai gliel’avrei perdonato… 🙂 nonostante avessi bevuto il thè più costoso della mia vita (ben 15.000 lire!!!) Da allora, il corteggiatore matto continuò la sua escalation, rose, rose, rose, telefonate, risate, minacce, abbordamenti finiti male, di tutto di più. Fino a quando… Fino a quando il 13 giugno mi portò a Montevecchia. Beh, diciamo che ce lo portai io, senza sapere dove stavamo andando. E qua mi fermo. Vabbè, lasciamo perdere. Consiglio solo una cosa, se volete conquistare qualcuno: andate a Montevecchia (BG) quando a Milano c’è un temporale assurdo.

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Salite sul poggio di Montevecchia e… guardatevi intorno. La mossa del corteggiatore, là funzionò 🙂 speriamo che funzioni anche per voi ;-). Oh, dunque, che stavo dicendo? Che c’è bisogno di romanticismo, giusto? Si, ce n’è bisogno, lo sai? Beh, l’altra sera sono incappata in un film su Rai4 (che è proprio un bel canale). Lo avevo visto, la prima ed ultima volta, a Londra, prima di tornare in Italia. Si intitola “Una amore tutto suo”. Raro caso di un titolo inglese traslato pari pari e proprio perchè ci azzecca. In inglese era “A love of her own”. Ricordo ancora che, uscendo dal cinema, Fabienne (la mia giunonica amica francese che assomiglia, in una maniera spaventosa, alla moglie del capo del villaggio di Asterix) mi disse che era stata una brutta idea andarci perchè lei non ci credeva a quelle cose. Ne aveva prese troppe, di fregature, dagli uomini. Io, invece, argomentai dicendo che, al contrario, mi dava speranza perchè, se uno le poteva vedere al cinema, certe cose, voleva dire che qualcuno le aveva pensate e, forse, anche sperimentate e, magari, potevano succedere anche a noi, poveri mortali. Lei mi rispose “Beh, preferisco rimanere della mia idea, perchè mi verrebbe male a pensare che, tutto quello che succede nell’Esorcista, può capitare anche a me!” Ma vaffammocc!

Il potere della scopa

Sabato pomeriggio… Passerotto non andare viaaaa…

Ci sono stati dei momenti, nella mia vita, in cui, il sabato, non facevo un’emerita mazza. Sono sicura che ci sono stati. Ci devono essere stati. Il problema è che non me li ricordo 😦 Mi piacerebbe sapere quante donne si svegliano il sabato mattina (magari pure tardi, ammettiamolo) e, con la divisa da agente segreto dello SWAT casalingo (mollette al capo, pantaloni della tuta, t-shirt disfatta dall’usura, scopa alla mano e pantofole amiche di tante polverose avventure) si inerpicano su per gli irti colli delle pulizie del week-end. Io vorrei proprio sapere quante sono. Milioni, probabilmente. Io sono una di loro e dico solo una cosa: FA SCHIFO FARE LE PULIZIE!!! FA SCHIFO FARE LE PULIZIE ED E’ UNA GRANDISSIMA PERDITA DI TEMPO PERCHE’, TANTO, GLI ACARI SI MOLTIPLICANO ALLA VELOCITA’ DELLA LUCE E I MICROBI PURE!! 😦 Sai la pubblicità di quell’enorme gomitolo di polvere che, valigia alla mano, si allontana dalla casa della signora che ha appena usato quel mitico detersivo? Ecco, io vorrei andare a casa di quello che gli è venuta in mente una pirlata di pubblicità del genere e gli vorrei dire che quel gomitolo di polvere si è trasferito a casa mia e che il suo detersivo NON FUNZIONA!! A chi mi dice che stirare non è un problema, perchè si può guardare la televisione mentre lo si fa, io rispondo che ci ho provato e: 1) non sono riuscita a vedere niente della puntata di CSI dove Grissom baciava Sara perchè ero troppo intenta a mettere il Foille sulla mano sinistra.. 😦 2) io odio stirare, odio stirare, odio stirare e, nel caso non si fosse capito: IO ODIO STIRARE! Certo, si può chiedere a qualcuno di farlo per te, ma tu lo sai quanto costa? E poi devi assumerli, no? E quante delle signore dei milioni di cui sopra se lo possono permettere? Poche, credo, perchè mica può venire una volta al mese ad aiutarti, no? L’unica volta che qualcuno è venuto ad aiutarmi (una gentilissima signora egiziana, prestatami dalla mia portinaia) è stato quando mi sono rotta il tendine giocando a pallavolo e non potevo nemmeno andare bene al gabinetto, con l’ingessatura, le stampelle e la sedia a rotelle che mi impedivano perfino di dire ahia. Tre mesi. Sono stati tre mesi di passione e d’amore puliziesco per me e la signora. Lei era così gentile. Io le ero così grata. Poi, il gesso me lo hanno tolto. Poi io ho ripreso la mano in casa e non me la sentivo di dirle di andarsene via perchè sapevo che ne aveva bisogno. Così, lei arrivava e l’unica cosa che doveva fare era di ripassare là dove ero già passata io. 🙂 Sì, lo so, sono strana. Beh, successe che dopo qualche settimana di “ripasso” lei mi chiamò e mi disse: “Rosa, io credi che tu non avere più bisogno di me. Io sapere tu brava pulizie ora. Scusi, io non venire più.” Che donna, che grande donna. Piansi un pochino, lo ammetto. Ed ecco che, da allora, faccio io i lavori in casa, di nuovo 😦 Ogni volta che prendo la scopa per pulire casa, penso la stessa cosa; sempre la stessa cosa. Ci sono quei test sui giornali o quelle domande sui giornali che dicono: dimmi chi vorresti essere e ti dirò chi sei. Ti mettono davanti Cleopatra, la reggina ‘Lisabbetta, Marylin Monroe, Albert Einstein, Papa Giovanni, Adolf Hitler. Che cacchiata. Così palese, la scelta. Così palese, il risultato. Mai che ci mettessero quella che dico io. Chi? Stammi a sentire: una volta, qualche anno fa, chiesi a mia nipote che cosa volesse diventare da grande. Lei mi rispose, serenamente e con un sorriso da qua a là: “Io voglio fare Giada de Blanck, zia!” “Uè! 🙂 questa sì che ha capito tutto della vita!” disse mia mamma. 🙂 Cosa risposi io? Beh, pensai molte cose. Pensai che la televisione era una cosa dannosissima e che mia sorella non avrebbe dovuto permettere a mia nipote di vedere quella trasmissione (anche se io l’ho vista tutta, quell’edizione, perchè Walter Nudo è un figo assurdo e volevo che vincesse; a tal punto che ho mandato 10 sms la sera della finale!) 😉 Poi mi girai verso mia figlia e le feci la stessa domanda. Al che lei rispose con lo stesso sorriso di sua cugina: “Vorrei fare la biologa marina, mamma, ma solo all’Antartico!” Marò… :-/ Zitta, stetti, no? Poi pensai che la televisione era una cosa dannosissima e che mio marito non avrebbe dovuto permettere a nostra figlia di guardare tutti quei documentari (anche se io tengo come una reliquia una videocassetta del 1985, che comprai su una bancarella a Londra, che spiega come si diventa una donna giraffa!) 🙂 Finita questa serie di pensieri, stringo stretta la scopa e poi concludo il mio ragionamento così: mi immagino seduta nello studio di Pippo Baudo, la domenica. Lui viene verso di me con il suo passo chilometrico, i capelli con una assurda ed evidente ricrescita canuta e mi vuole intervistare. La prima domanda che mi fa è: “Chi vorresti essere, Rosa?” Oh, io faccio lo stesso sorriso di mia nipote e mia figlia e dico: “IO VOGLIO ESSERE MARY POPPINS!!!!”

poppins4Io, con tutto il mio cuore, tutta la mia anima, tutto il mio fegato e ce mettimm pure à curatèlla, voglio essere la signora con il cappello floscio e l’ombrello col manico di corno! Vi prego, vi prego, vi prego! Trasformatemi! Oraaa! Quel film è una cosa stupenda, per me. Guarderei milioni di volte la stessa scena. Quella in cui tutte le cose vanno al loro posto solo perchè lei glielo dice, di farlo. Marò, che sogno. Marò, che cosa stupenda sarebbe. E invece? Invece mi ritrovo qua, con questa scopa in mano e i magici stracci della Vileda che ti promettono di farti fare solo una passata e tutto è lucido quando, poi, devi pulire tre volte di più perchè lo straccio della Vileda sporca più dello sporco che vuoi eradicare, con tutti i maledetti pelucchi che si porta dietro! Ah, ma cosa ne sapete, voi uomini, dello stress da pulizie di casa?? Una volta, signori, noi restavamo a casa a fare le pulizie e tutto finiva là. Potevamo, poi, dedicarci a creare manicaretti per il nostro uomo, curare il nostro corpo (sempre per quell’uomo), aiutare i nostri figli, frequentare le amiche, indugiare nei nostri hobby e, se volevamo, ma solo se lo volevamo, potevamo trovarci un lavoro. Grazie Erica Jong, grazie! E grazie per esserti ricreduta, dopo che hai fatto il danno… L’ho letto il tuo articolo sull’amore eterno e sul nuovo ruolo delle donne nel mondo. 😦 Si, lo ammetto (e non me ne frega niente di tirarmi indietro tutte le femministe del mondo) io voglio fare la casalinga che “solo casalinga” non è! E, come me, ci sono migliaia di altre donne nella mia situazione. Io voglio che mio marito guadagni come me e lui messi assieme, così da potermi permettere di non lavorare tre volte di più di lui e far sembrare al mondo che faccio solo la metà. Perchè?? Mò te lo spiego io! Io lavoro fuori di casa (lavoro che mi piace) e prendo uno stipendio. Poi vengo a casa e faccio ben tre lavori (accertati) in più e nessuno, ripeto, nessuno mi paga per nessuno di questi tre lavori, anzi, mi viene detto che divento un’indemoniata, il sabato! Ma dimmi tu! Uè, à bello de San Sirooo!! Ma tu lo sai che una cuoca, in un ristorante, si becca, come minimo, 2000 euro al mese? E tu lo sai che una donna delle pulizie si becca, almeno (nero o non nero) 800 euro al mese? E tu lo sai che una baby-sitter si becca 1000 euro al mese? E non ti metto “quell’altra cosa” perchè i prezzi non li so!! Ma dimmi se è possibile. Io indemoniata? Ma tu sì scèm ‘ncapa! Lui arriva a casa giusto quando sto per accingermi a pulire il gabinetto e dice: “Che stai facendo? Posso?” Che sto facendo? Niente. Sai, mi stavo lucidando lo smalto con la nuova spugnetta verde e gialla dell’Esselunga mentre aspettavo che la maschera di bellezza di polvere e grasso si seccasse e, toh, mi è caduta la rivista Giovani e Belle proprio nel cesso!! Puoi? Puoi cosa? Tienitèla! Vai al bar! Vai dal vicino! Torna in ufficio! Vai addò vuò tu ma lièvt à naaanzzz!! Io non capisco, maledizione, come faccia ad arrivare proprio in quel momento! Eppure, lo giuro, ho cambiato il giro delle camere più volte, ma lui arriva sempre quando sto per inginocchiarmi davanti al sacro contenitore di ceramica ed iniziare a deliziarmi ad esplorare le sue recondite intercapedini con spugna e TOT al limone verde o qualsiasi altro detersivo il quale, ammiccandomi dagli scaffali e promettendomi un gabinetto splendido, si fa comprare da me. Compro sempre tanti detersivi, lo so. E pure là, la prima volta, ha avuto da ridire. Quando io vado al mare con Laura, lui resta da solo a Milano. Oh, dolce la vita a San Siro, senza la moglie e la figlia che ti assillano, neh? Beh, però, quando io parto gli dico sempre la stessa cosa: “Per favore, quando torno, tutto deve essere come l’ho lasciato, pulito e lindo, ok?” “Certo” risponde lui “non dubitare!” E chi dubita? E’ stato così che, la prima volta che è rimasto a casa e io ero nel mezzo dell’ultima passeggiata con Laura sulla spiaggia, prima di tornare a Milano, lui chiama disperato dicendo: “Ma Signùùrrr! Ma dove è che hai messo lo straccio per lavare a terra e lo Spic e Span?? Possibile mai che in questa casa non si trovi mai nulla??” Sai lo sguardo di un ebete al quale hanno chiesto la formula per trasformare il piombo in oro? Ecco, quella ero io. Spic e Span? Straccio per lavare a terra? Amoreee, ma svegliati! Magari, vuoi pure sapere dove ho messo la cenere e il secchio di ferro con il pezzo di legno rigato per lavarti le mutande?? E’ stato così, che la mia dolce metà, ha scoperto l’esistenza del mitico Mocio Vileda, del secchio auto-strizzante e dei detersivi di nuova generazione con le particelle radioattive che puliscono là dove nemmeno tu vedi che c’è lo sporco… 🙂 Uomini, mah… Chi può farne a meno? Fosse anche solo per sentirti un pò più intelligente in situazioni simili 🙂 🙂

Sì, lo so. Sei ancora fermo alla cosa di Erica Jong. E allora te la spiego meglio, così non mi dai della cretina senza capire. Erica Jong è quella signora che ha osannato, ventenni fa, la libertà delle donne, colei per la quale milioni di mutandine si sono fatte bruciare in nome della libertà sessuale erroneamente confusa con la libertà vera e propria etc… Premetto che sono d’accordo (fino a un certo punto), ma penso pure che abbiamo esagerato. Non sto insultando le suffragette o le donne che hanno combattuto per i nostri diritti. Dico solo che tutto quello che è arrivato qua è stato il seguente sbagliatissimo riassunto: vuoi la parità? vuoi fare le cose che fanno gli uomini? vuoi avere gli stessi diritti? Ok, noi te li diamo. No, bello! Scusa ma tu non me li hai dati e tu non me li dovevi dare perchè io ce li avevo già. Tu mi hai dato gli stessi doveri e nessuno, e sottolineo nessuno, dei piaceri che ti arroghi solo tu. Io lavoro, mi faccio il mazzo in quattro, porto lo stipendio a casa e, in più, devo fare le stesse cose di prima ma, IN PIU’, capisci? Non è che posso fare come te: arrivare a casa, togliermi la giacca, sbattermi sopra il divano e aspettare che la cena sia pronta. L’idea di libertà delle donne che è arrivata da questa parte è, dunque: avete la libertà di fare pure (oltre a quello che già fate) quello che facciamo noi e pure con uno stipendio minore del nostro. Ed ecco la pirla che monta i mobili dell’Ikea, ripara il muretto del terrazzo, imbianca le pareti, tiene i conti, paga le bollette, cambia le lampadine, cerca di chiudere con cacciaviti e pinze quel maledetto ombrellone che sta sul terrazzo e non ne vuole sapere di chiudersi e, delizia delle delizie, ti prepara i sacchi della pattumiera che tu, baldo cavaliere, ti degni di andare a buttare! Parità?? Ma facìtem ò favoooorrrr!!!!

Infine: la sai una cosa? Io sto allenando una guerriera. Mia cognata sta allenando un guerriero (me l’ha detto lei). Sembra, quasi, che ci siamo messe tutte d’accordo perchè, dovunque io mi guardi e qualsiasi cosa io senta dalle mamme della mia generazione, tutte la pensano allo stesso modo. Io, a mia figlia, sto dicendo, da ancora prima che nascesse, che suo marito DEVE aiutarla a fare TUTTE le pulizie di casa perchè, altrimenti, non è un uomo. Mia cognata sta facendo la stessa cosa, gliel’ho sentito dire, con mio nipote. Dunque, ciò che ne verrà fuori, miei cari, sarà una generazione di GENTE (non uomini o donne, ma GENTE e questa, per me, è parità) che si aiuta e che avrà imparato a condividere il potere (e il piacere) della scopa e dei suoi affini. Lo so, lo so… Ce ne sono di uomini che aiutano, lo so. Peccato, però, che io non ne conosca. Peccato che si contano sulle dita di una mano e peccato che non ne ho sposato uno perciò… Perciò, complimenti, continuate così e divulgate la lieta novella del Mocio Vileda e del secchio auto-strizzante. Dio ha già preparato il vostro angolino in Paradiso, ne sono sicura! 🙂29901-clip-art-graphic-of-a-man-using-a-dustpan-and-broom-to-clean-up-a-mess-on-the-floor-by-djart

Nel mio letto, no!

517-russare

Si è svegliata male, mia figlia, stamattina. “Papà ha russato di nuovo, stanotte. L’ho sentito dalla mia cameretta. Questa storia deve finire, mamma, io non ce la faccio più!” Mi vien da ridere. Questa storia, nella mia camera da letto, è finita da un pò di anni. Sai quando, innamorati, piccioncini, carini-carini, ci si addormenta tutte le notti stretti, abbracciati e beati nella posizione del cucchiaio? Beh, con lui è durata circa un anno e poi è iniziato l’inferno. Oramai, sono 15 anni che mi ritrovo accanto l’orso Yoghi con l’accento milanese e, ogni volta che lo guardo, mi vien da ridere. Ora, rido. Allora? Allora pensavo di essere l’unica donna al mondo ad avere nel letto un rombante motore di Ferrari che andava a intermittenza. La cosa più brutta è avere accanto uno che soffre di apnea notturna e ti dice (quando glielo fai notare) “Ma fammi il favore! Voi napoletani dovete sempre fare le scene isteriche. Che apnea e apnea! Ho solo mangiato un pochino pesante!” Ah, si?? Beh, pesante ‘na mazza! Per russare così dovresti esserti mangiato un mammouth con tutte le ossa, per cena! E poi si incazza e mi dice: “E non ti permettere più di svegliarmi per farmi girare sul fianco!” Ora, con tutto il rispetto e l’affetto del mondo, dimmi tu che razza di vita una può fare! Io le ho provate davvero tutte. Marò, come si arrabbiò quella volta che sperimentai il suggerimento di sua madre: “Rosa, tu prendi una spazzola e mettigliela dietro la schiena, quando dorme sul fianco. Così, quando lui si gira per mettersi a pancia in su, che lo sappiamo che è la posizione che lo fa russare, lui sente la spazzola e ritorna sul fianco.” Oh, la disperazione fa fare cose strane, lo sai? La spazzola aveva i dentini di legno che gli si conficcarono nella schiena alla prima girata. Uè! Mica era colpa mia??!! Pure là, le mie generazioni napoletane furono insultate fino a quella più vicino a Mosè. E pensare che una suocera mantovana me l’aveva suggerito. Già là, avrei dovuto capire 🙂 Comunque, ho letto che se uno va in apnea per più di 15 secondi, rischia di danneggiare parti importantissime del proprio cervello! Certo che, guardandoti, il danno oramai è fatto, diciamolo 🙂 ma io mi sveglio mentre tu russi. Io aspetto con ansia che tu vada in apnea (perchè, che tu ci voglia credere o no, my darling milanese, in apnea ci vai e ho le registrazioni che lo provano!) e là è il delirio. Io, con il terrore addosso, inizio a contare i secondi di silenzio assoluto delle tue narici e dei tuoi polmoni: 1) marò, ma chi me l’ha fatto fare 2) marò, ma che notte schifosa 3) marò, ma così io sclero 4) e questo non respira più… 5) marò, ma non mi potevo mettere i tappini? 6) ok, se al decimo non respira ancora, gli dò un pizzicotto e sto ferma così pensa che sono le zanzare 7) marò, ma che suònn 8) ma è scemo?? non respira ancora!! 9) oddio, si avvicina il decimo secondo 10) il disgraziato respira! e io mi lascio andare.. Ecco, tu immagina ‘sta cosa per cinque, sei, sette volte a notte. Altro che il dolce talamo nunziale! A volte, succede che al decimo secondo io il pizzicotto glielo dò e lui si gira e ricomincia a respirare. In quel preciso momento, vorrei avere una mazzuola per dargliela in testa perchè non mi ringrazia nemmeno, che gli ho salvato un pezzo di cervello! Ma che ci vuoi fare… Così, tra una notte di M e una di MM si va avanti fino a quando… Fino a quando, una sera, lui va a suonare e io guardo un bellissimo film di tanti anni fa, dove ci sono delle persone che si “auto-uccidono” per andare dall’altra parte e sperimentare la morte, per poi tornare indietro e raccontarlo al mondo; scienziati che sperano di trovare il segreto del post-mortem. Forse c’era pure Julia Roberts (che mi piace tanto) e uno biondo che pure lui mi piace tanto. Beh, io mi vedo ‘sto film dove si ammazzano e si rianimano in tutte le maniere per evitare il danno cerebrale e la morte, ovviamente. Vado a letto pensando che la gente è proprio cretina, và.. Ci sono persone che combattono la morte ogni attimo della loro vita e questi pirla qua, invece, la cercano, vabbè. Quando lui va a suonare, di solito, torna tardissimo. Arriva proprio quando io sono nella mia fase REM profondissima che più profonda non si può. A volte mi vien da pensare a quando, all’inizio, lo aspettavo e lui… Lui si addormentava di sasso 😦 bella figata… Una volta si è addormentato così di sasso che io sono rimasta là, alle tre di mattina, a leggere un libro e, tutto ad un tratto, lui inizia a russare (e vabbè) e poi a parlare (si, vabbè) e poi, orrore!, si alza sul letto, tutto nudo, e inizia a urlare, con gli occhi spalancati: “Dai, maledetto! Dai! Vieni qua che ti infilzo con questo coso!!” Dire che mi è venuto male, è dire poco. Stava nel mezzo del letto, in posa come uno dei tre moschettieri in versione nudista, urlando che voleva infilzare qualcuno con il “coso” e che lui era pronto a tutto. Beh, io no, lo ammetto. Ora, al pensiero, mi vien da ridere ma, allora, ero paralizzata sul letto e pensavo che mamma me lo aveva detto che gli uomini sò strani… Ma lui continuava a urlare “Ti uccidooo!!” muovendosi sul letto come se fosse su un campo di guerra mentre io cercavo di schivarlo. Al che, sai cosa ho fatto? Ho pensato che non si devono svegliare, no? E così, gli ho parlato piano piano e gli ho detto: “Scusami, va bene, hai vinto tu, mi arrendo. Il tuo coso è più forte del mio..” e sai cosa è successo? Lui si gira, mi guarda esterrefatto e mi dice: “Che ci fai ancora sveglia? Perchè non dormi? Possibile che tu non la smetta mai di leggere quei maledetti libri di Steven King? Ma và a dormire, và!” poi si è steso e si è girato dall’altra parte a russare! Oh, porca la miseria! Beh, anni dopo, quella sera che avevo visto il film di Julia Roberts, pensavo a tante cose e pure a questa e me ne sono andata a dormire ringraziando Dio che lui non ci fosse (amore e passione, sappiatelo, giovani amanti, si dileguano dopo le prime notti insonni 🙂 ). Anche quella notte è tornato tardi, ma io, ormai, dormivo della grossa. Fino a quando ha iniziato a russare. Marò, quanto russava! Ho fatto tre o quattro contate, lo ammetto, e dopo il decimo secondo, lui ricominciava a respirare. Alla quinta volta (o giù di lì) che lui ha ricominciato a russare,  io stavo ancora dormendo e così lui ha continuato il suo ciclo andando in apnea senza che io me ne accorgessi. Non so perchè, (sarà stato l’insolito silenzio) mi sveglio che lui non respira. Orrore! Non potevo sapere da quanto tempo non respirasse, no? Mi è venuto un coccolone. E cosa potevo fare? Mica potevo rimanere là, come una scema, ad aspettare che l’apnea gli succhiasse via tutto il cervello e mi lasciasse un orso Bubu?? Non so come, mi sono ricordata che nel film di quella sera uno saltava a cavalcioni di un altro (o qualcosa del genere) e gli batteva forte sul petto per farlo respirare. 😦 Ebbene si, non startelo nemmeno a chiedere… Io, con i miei dolci 70 chili, sono zompata addosso all’orso Yoghi e ho cominciato a menarlo sul petto urlando: “Respira! Marcoooo!!! Respira, maledetto, respira!!” Marò. 😦 Non l’ho mai visto così incazzato 🙂 🙂 Tu provaci. Provaci ad andare a dormire dopo aver suonato fino alle tre di mattina. Provaci ad entrare nel letto e ringraziare Dio di aver creato il solido materasso, il morbido cuscino, le profumate lenzuola. Chiudi gli occhi serenamente e poi… poi, tutto ad un tratto, svegliati con tua moglie che ti prende a pugni sul petto urlando: “Respira, maledetto, respira!” Cosa ha fatto? Mi ha semplicemente catapultata dall’altra parte della camera con una mossa sola (100 kg per 1.85m, l’orso Yoghi…). Me ne ha dette così tante che non le posso ripetere, perchè questo blog è raccomandato, ma basti solo sapere che molte parolacce non le conoscevo e che, a un certo punto mi ha dato perfino dell’indemoniata! 🙂 Beh, da allora, lui non dorme più con me 🙂 Ecco, l’esperienza insegna, giusto? Oh, sante donne che avete un marito che russa come un trombone e non ne vuole sapere di farsi curare perchè dice che siete delle terrone che esagerate o che non vuole andarsene a dormire da un’altra parte perchè dice che non ce n’è bisogno: saltategli addosso e prendetelo a pugni nel petto. Credetemi, funziona! Ora? Ora io dormo nel mio bellissimo letto dell’Ikea e mi rilasso da Dio. Ora lui dorme nel suo bellissimo letto ortopedico dell’Ikea, lontano dalla mia camera da letto, ma accanto a quella di Laura 😦 e, lo ammetto, qualche volta (rarissimamente, però) si sente davvero. Cosa farò? Mmmm… Non lo so, potrei dire a Laura di saltargli sul petto urlando: “Respira, maledetto, respira!!” 🙂 😉