Voglio un uomo…

che ridendo mi dica “va bene così”
perché meglio, per noi, non ce n’è
 
che mi stringa più forte che posso
quando il mondo là fuori è un gran cesso
 
che mi parli senza parole
perché a noi basta solo guardare
 
che profumi di buono e di fresco
e se suda va bene lo stesso
 
se è sudor che profuma d’amplesso
sì dolce e ricercato abisso
 
che ripari ed assesti le cose
materiali sì, ma anche amorose
 
che m’insegni le cose ignorate
quando a casa passiam le serate
 
che cammini con me sulla spiaggia
quando il mondo degli altri già albeggia
 
che non sia presidente o sceicco
ma che “DENTRO” sia l’uomo più ricco
 
che abbia solo quel grande coraggio
di poterlo mostrare nel peggio
 
che non sia quel gran figo d’attore
ma che sappia che cos’è l’amore.
 
(Rosa Parrella – 7.7.2013 )

L’uomo della mia vita

Domenica. Al ristorante cinese, a fine pranzo, danno il biscottino della fortuna. Osserva con aria sorniona le amiche che, tra risate e battute spinte, leggono gli enigmatici messaggi cercando di interpretarne il significato. Non è che abbia voglia di aprire il suo. Sono successe mai tante cose, negli ultimi mesi, che proprio non avrebbe voglia di sapere nemmeno se le dice che tra poco deve andare a fare la spesa. L’amica, vicina di desco, la incita a scoprire le recondite sorprese dell’involucro. Con poca voglia e molta violenza sbriciola tra le dita la pallina di pasta liscia che emana uno strano odore dolciastro misto a dado. Srotola con poca grazia e lentamente il rotolino di carta lucida e legge: “L’oracolo dice: stasera incontrerai l’uomo della tua vita.” Sequela di battute, considerazioni sul giro di boa dei 45 anni, auguri e palle varie. Vabbè, forse sarebbe stato meglio se le avesse detto che tra poco doveva fare la spesa. Il pranzo finisce, le amiche si dileguano; ognuna diretta verso il proprio destino, fino al prossimo cinese, magari tra qualche mese… e fa pure rima.

Già, il destino. Passa il pomeriggio a rimuginarci mentre pulisce casa, stira la biancheria, mette da parte le cose dell’estate che, forse, rivivranno di nuovo tra un anno. Mentre affonda i tentacoli del mocio nel secchio d’acqua intrisa di Lisoform al profumo di pino pensa che proprio non gliene frega un’emerita mazza di trovare l’uomo della sua vita dato che, peccato per il biscottino, lei non lo sta proprio cercando. Mette in ordine la camera da letto e infila nella capiente borsa, che l’accompagna ovunque vada, quella gonna che le sta un po’ stretta per quando il giorno dopo, lunedì, dovrà riportarla al negozio chiedendo di sostituirla con una di una taglia in più. Quella sera si ritrova con altri amici in un ristorante messicano. Che tanto aveva fatto per non andarci due volte al ristorante nello stesso giorno, ma non se l’è potuto evitare. Avrebbe preferito rimanere a casa a leggere o ascoltare il Koln Concert di Jarrett 6 o 7 volte di seguito; che ogni volta che l’ascolti ci trovi sempre qualcosa di nuovo. Qualcuno, da qualche parte, una volta le disse che era uno dei migliori 50 momenti della storia del Jazz. Probabilmente.

Al messicano ci sono amici nuovi e vecchi. Gente simpatica che parla di tutto e non si impegola in discorsi impegnativi, soprattutto al ritorno dalle vacanze. Sì, dopotutto è stata una bella idea. Si racconta delle ferie passate e già si pensa a quelle di Natale. La sua mente ritorna al messaggio del biscottino… Guarda i nuovi arrivati. Due coppie sulla settantina che stanno faticando un pochino ad integrarsi alla compagnia; succede. I tavoli sono serviti solo da cameriere. È solo curiosa, fosse mai… Arriva un signore che cerca di vendere rose anche ai tavoli dove c’è un solo cliente. Vabbene tutto, però… Sente gli altri parlare di diete e bellissimi vestiti che non possono più indossare perché ormai hanno un’età (sia loro  che gli abiti adolescenziali conservati per ricordo). Tra battute e considerazioni sul tempo che passa lei inizia a raccontare di questa bellissima gonna che ha comprato ai saldi dell’Upim. Ultima tra le ultime, che le piace immensamente, ma che le sta stretta giusto quel tanto da non poterla mettere. Racconta delle sue peripezie per cercare di infilarla e ci mette dentro pure quando, da ragazzina (moda imperat), si sdraiava sul letto per tirare su la cerniera di quei malefici jeans a zampa di leone e strettissimi alla vita che grazie al loro “cavallo selvaggio”, mai le hanno fatto incazzare la candida albicans così tanto come allora.  La comitiva scoppia a ridere e lei pure. Per chiudere in bellezza, tira fuori la gonna dalla borsa e spiega il problema. È in quel momento che il marito di una delle due coppie nuove dice: “Non è mica un problema, sai? Sono sarto e, se vuoi, te la metto a posto ora. È una questione di attimi..” Ruba letteralmente la gonna dalle sue mani, chiede alla moglie qualcosa e lei gli dà delle forbicine per le unghie. Lesto fatto, disfa due pinces alla velocità della luce mentre lei, esterrefatta, non ha nemmeno il tempo di dire “uè”. Le restituisce la gonna sorridendo: “C’era solo da allargare un po’ la vita, visto? Ora la tua vita è a posto.” Lei ride, oh, se ride. Quasi non riesce a tenersi la pancia dal sollievo e dalle risate. Oh, biscottino biscottino delle mie brame, ma perché non vedi un po’ d’annartela a pijà in der …?! 😀

Io sono un uomo

“Ma stai zitta, và! Tu sei solo una povera sognatrice. Una che potrebbe benissimo andare a caccia di balene con un amo annodato ad un filo di spago lungo due metri  e il rosario in mano, che non si sa mai. Tu credi sempre che ci sia del bene nell’anima degli altri. Tu e il tuo fottuto beneficio del dubbio.” Mi intriga e mi ipnotizza. Non la storia della balena, che potrebbe pure essere vera, conoscendomi,  ma il suo accento così musicale. La sua pronuncia dolcemente strascicata mentre cerca di insultarmi e non ci riesce. La cadenza delle parole che, pur essendo a me note, sembrano venire da lontanissimo perché non è la mia cadenza, quella della mia nazione, ma la sua. Essendo vissuta in Liguria mi è, comunque, familiare. Sì, i brasiliani parlano come i liguri. È una lingua così musicale, così sensuale, così dolce e inquietante. Così sua. Sto zitta e lo guardo. O la guardo? Già, tutto ‘sto discorso del cacchio è iniziato da questa vocale equivoca. Eravamo al supermercato e, tra una chiacchiera e l’altra,  gli ho detto di andare pure in cassa a pagarsi la sua spesa, che avevo dimenticato le puntarelle. Lo so. Ogni volta che ci si incontra, di solito al super o nei negozi di via morgantini, ci salutiamo, scherziamo, ridiamo, ci abbracciamo e facciamo casino. La colpa, però, è sempre sua, credimi. È colpa della sua prorompenza.  Io ne farei pure a meno dello show, ma a lui piace scioccare la gente e a me piace aiutarlo, lo ammetto, perché proprio non posso fare a meno del mio animo di sfruculiatrice. La gente inizia a guardarci come se fossimo degli animali extraterrestri messi in gabbia e lui sfodera ancora di più il suo charme mentre le sue mani si muovono in quella maniera così particolare che nemmeno la più femmina delle femmine riuscirebbe a farlo alla stessa maniera. Come lo invidio. Lo invidio perché ti infonde gioia, serenità, allegria, voglia di vivere solo al vederlo. Poi, in realtà non è così, lo so. Non è così perché piange e ride come tutti noi. Penso che qualche volta pianga un po’ di più. Però credo anche che non dipenda da lui. Credo fermamente che sia colpa della mentalità medioevale, ristretta e bigotta della gente che critica e condanna ma poi, alla fine della fiera, non sa una mazza di niente, ha sempre paura di ciò che non si conosce e chissà quanto darebbe per aver fatto quello che ha fatto Marrazzo senza essere scoperti. Mò te lo dico. Se non fosse che è fuori dalle mie preferenze “amatoriali” direi che è proprio un bel figo. Non so cosa direbbe mia mamma se lo invitassi a farsi qualche giorno di vacanza al mare da noi. Sicuramente direbbe che è ‘nu bravo guaglione… Vabbè, lui va alla cassa e io arrivo alla nostra fila quattro persone dopo di lui. Io faccio la fila non superando. Mi dà fastidio farla sporca perché non lo sopporterei dagli altri e lui lo sa. Dopo aver pagato, però, succede che, tanto è sensuale e sexy e simpatico, tanto è tonto e rimbambito e si dimentica di me e del suo sacchetto con i trucchi comprati da Marionnaud e se ne va per la sua, verso l’uscita dell’Esselunga di via Morgantini. Le prime volte mi dicevo che era cretino forte, poi, con il tempo, ho capito. Per essere “troppo” da qualche parte (fisica o mentale) bisogna, per forza, essere svaniti da qualche altra e lui è di uno sbadato che non ci si crede. Tant’è che non ho la prontezza di spirito di chiamarlo per nome e lui si avvia verso l’uscita, a lunghe e sensuali falcate avvolte nei jeans straripanti che si incuneano negli stivali aggressive con il tacco a spillo. Vabbè, mi dico, lo prendo io e glielo porto dopo a casa. Tanto, abita nel palazzo prima del mio. È così che l’ho conosciuto, una sera di qualche anno fa. Si era chiuso la porta dietro per andare a comprare qualcosa in fretta e furia e aveva  dimenticato le chiavi, i soldi e il cellulare in casa. Te l’ho detto che è stonato di brutto. Era estate, era in pantofole e pantaloncini corti e non voleva chiedere ai ragazzi del bar degli egiziani di prestargli il cellulare per chiamare uno dei suoi amici. Così, sono arrivata io..

Vabbè, la commessa se ne accorge e così pure un cliente che, inaspettatamente, prende il sacchetto esita per un po’ di secondi perché sembra non sappia cosa dire e inizia ad urlare, insieme a lei, prima debolmente poi in crescendo: “Signora! Signora! Il sacchetto! Signoraaaa!!!” Lui smette di sculettare, si gira e sia la commessa che il cliente si dicono a voce bassa: “Signora?!” Io sospiro e gli sorrido. Lui si batte la mano in fronte. Marò, che stunàto! Così direbbe mia mamma. La faccia più genuinamente stupita del mondo. Quante volte l’ho vista. Arriva, prende il sacchetto, mi guarda sorridendo e si ferma ad aspettarmi. Nel mentre, passandosi le mano nei lunghi capelli corvini in maniera indecente, fa un colpo di tosse e poi dice con voce calma, serafica, rauca che si può sentire fino al frigorifero dei surgelati, rivolgendosi alla cassiera: “Signora un cazzo… Io sono un uomo!” Ah beh…

Bastardo

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E’ meglio aver amato e perso piuttosto che non aver mai amato. Così dicono e così ho sempre pensato, creduto e sperato. Ora. Ora. Ora. Ora ti guardo e piango. Ti guardo e sento montare dentro la rabbia e il dolore. Ieri è finito il Festival di Sanremo. La sai una cosa? Mentre Anna Tatangelo urlava a squarciagola “Bastardo!”, io, dentro di me, urlavo con lei, pensando a te. Ti guardo e piango. Vorrei accarezzare le tue guance. Vorrei abbracciarti così forte da toglierti il respiro. Vorrei prendere le tue mani e trasmetterti la voglia di vivere, comunque. Vorrei soffrire con te, per te. Vorrei riuscire a lenire il dolore. Vorrei essere la fata Smemorina. Vorrei volare come Trilli, sopra di te, e spargere chili di polvere della felicità sul tuo capo. “Rò, è come se uno fosse andato in ospedale tante volte per la stessa dolorosa e cattivissima malattia. Poi, proprio quando tu credi di essere in fase terminale, qualcuno, ti fa credere che c’è una medicina stupenda e tu ti convinci che forse è vero; che ce la puoi fare anche tu. Poi, invece, scopri che era veleno, puro veleno che ti ha fatto ritornare a stare male come prima, se non peggio. E ora io devo tornare in quell’ospedale e rifare tutte le cure; cure per rimettere a posto il mio cuore disastrato e la mia anima persa nel dolore. Rò, il fatto è che io non voglio andare in quell’ospedale. E’ troppo doloroso. Non voglio.” 😦 Come ci si sente? Male. Ci si sente di una merda che non ti puoi immaginare, a dire la verità a qualcuno che ami pur di non vederlo soffrire peggio di ora. Ci si sente male a pensare di dire: “Tu meriti molto di più. Che ci stai a fare a farti prendere per il culo così palesemente?!” e poi dirsi che sò tutte stronzate perchè la fame d’amore porta la gente ad abbassarsi così tanto da farsi calpestare e schiacciare fino a diventare creta da modellare a piacimento, nelle mani dei manipolatori delle nostre anime. Ci si sente male a sbattere in faccia la verità a qualcuno che sta disperatamente cercando di non vederla. Io, però, da fuori la vedo, tesoro mio, questa schifosa verità. Io la vedo e prevedo pure. Prevedo più dolore di ora. Prevedo più lacrime e male al cuore di ora. Prevedo più notti insonni di ora. Prevedo pericolo, tanto pericolo perchè tu sei debole e fragile e lui lo sa, oh, se lo sa 😦 Tesoro, tu fai pure quello che vuoi. Nascondimi pure i tentativi che farai per rivederlo, risentirlo, riviverlo. L’ho fatto pure io, che ti credi, e capisco e comprendo. Nascondimi le lacrime che inzupperanno il tuo cuscino. Le ho piante pure io. Nascondimi la forza dei tuoi pugni contro il muro e la voglia di scomparire per sempre. Anche quelle, lo sai, sono state amiche mie. Però, tesoro mio, fammi un favore. Se ci riesci, ti prego, ti prego, ti prego. Non dimenticare mai che io sto qua e quando deciderai di entrare in quell’ospedale, io ti accompagnerò, non importa l’ora, il luogo, il giorno o l’anno. Ricordati, infine, solo questo: che io ti voglio bene; un bene grande come il mondo; un bene così grande che il tuo dolore diventa il mio e la tua gioia sarà sempre la mia. Cosa ci sta in mezzo? L’amicizia, tesoro mio, l’amicizia; solo quella.